Archive for dicembre, 2008
A tutti coloro che mi sono amici seppur in modo
virtuale e che hanno sempreuna parola
carina per me,desidero fare questo piccolo presente,
con la speranza che sia da voi gradito.
Tags: fantasy, letteratura, libri
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La ringrazio^^
Peccato che non può sbrillucicare causa
ridimensionamento.
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The Good, the Bad and the Weird, il nuovo film di Kim Ji-Woon, regista del bellissimo A Bittersweet Life, è un western bizzarro, ambientato in Manciuria negli anni ‘30, con protagonisti tre pistoleri coreani. Ovviamente è ispirato a Il Buono, il Brutto, il Cattivo di Sergio Leone.

Locandina di The Good, the Bad and the Weird
Suona strano che i musi gialli si ispirino ai western all’italiana, d’altra parte il primo western di Leone, Per un Pugno di Dollari, era in pratica un remake di Yojimbo di Kurosawa (anche se poi nella controversia legale che seguì gli avvocati italiani sostennero che sia il film di Kurosawa sia quello di Leone prendevano spunto da Arlecchino servitore di due padroni di Carlo Goldoni).
Joheunnom nabbeunnom isanghannom (The Good, the Bad and the Weird, 2008)
The.Good.The.Bad.The.Weird.2008.DVDRip.XviD-BiFOS (DVDRip, ~1,40GB, audio AC3 5.1)
(coreano con sottotitoli in inglese e coreano)
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| Trailer di The Good, the Bad and the Weird |
A proposito di orientali copioni, segnalo, sebbene con più di un anno di ritardo, un altro western asiatico ispirato al western all’italiana, ovvero l’allucinato Sukiyaki Western Django di Takashi Miike. Nel film c’è anche una particina per Quentin Tarantino.

Locandina di Sukiyaki Western Django
Sukiyaki Western Django (2007)
Sukiyaki.Western.Django.2007.DVDRip.XviD-VxTXviD (DVDRip, ~1,47GB, audio AC3 5.1 – questa è stata una delle prime release “ufficiali”, può essere che ora, a un anno di distanza, si trovi con difficoltà)
(inglese – Miike ha fatto recitare, a quanto pare apposta, i suoi attori giapponesi in un inglese dalla pronuncia orribile. Se si hanno problemi, opensubtitles.org può venire in aiuto)
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| Trailer di Sukiyaki Western Django |
La fallacia “post hoc ergo propter hoc”
La frase del titolo tradotta in italiano significa:”dopo di ciò, quindi a causa di ciò“.
Che significa l’errore di presumere che poiche una cosa segue un altra, quella cosa è stata causata dalla precedente. E’ una logica errata, prendete esempio da questa barzelletta:
Una signora, ogni giorno, esce sulla veranda della casa ed esclama:”Che questa casa sia protetta dalle tigri!”. Poi torna dentro.
Un bel giorno il vicino di casa gli chiede:”A cosa serve questa sceneggiata? Qui non c’è una tigre nel raggio di migliaia di chilometri”.
E la vicina risponde:” Ha visto? Funziona!”.
oppure un altra situazione:
Un vecchio signore ebreo sposa una donna molto più giovane di lui. I due sono molto innamorati, tuttavia, a prescindere dalle prestazioni sessuali del marito, la donna non riesce a raggiungere l’orgasmo. Dal momento che una donna ebrea ha diritto al piacere sessuale, decidono di chiedere consiglio al rabbino. Il rabbino ascolta con attenzione la loro storia, si liscia la barba, e dà loro il seguente suggerimento:”Ingaggiate un bel giovanotto. Mentre fate l’amore, mettetelo a sventolare una salvietta sopra di voi. Questo aiuterà le fantasie della moglie e dovrebbe portarla all’orgasmo”.
Tornano a casa e seguono il consiglio del rabbino. Ingaggiano un bellissimo ragazzo e mentre fanno l’amore questi sventola una salvietta sopra di loro. Ma l’espediente non funziona e la moglie non riesce ancora ad avere un orgasmo.
Perplessi ritornano dal rabbino, il quale dice loro:”Bene, provate nell’altro modo. Il giovanotto faccia l’amore con tua moglie e tu sventola la salvietta sopra di loro”.
Anche questa volta seguono il consiglio del rabbino. Il giovanotto si infila con entusiasmo nel letto con la moglie e il marito sventola la salvietta. Il giovanotto si mette al lavoro e ben presto la moglie ha un orgasmo pazzesco, con urla che scuotono la stanza.
Il marito sorride, guarda il giovanotto e dice:”Hai visto, coglione, come si sventolano le salviette!”.
Ed ecco l’ultima…
Un ragazzino di New York viene portato a spasso dal cugino nelle paludi della Louisiana.
Ad un certo punto il ragazzo di città chiede:”E’ vero che un alligatore non ti attacca se hai una torcia elettrica?”.
Il cugino risponde:”Dipende da quanto in fretta porti in giro la torcia elettrica”.
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Titolo originale: The Dragons of Babel Autore: Michael Swanwick Anno: 2008 Genere: New Weird, Elfpunk |
All’alba, il mondo è scosso dal frastuono dei motori a reazione: uno stormo di Draghi biomeccanici si sta dirigendo verso il confine per bombardare le artiglierie di Avalon. Il giovane Will, invece di chiudersi in casa come gli altri abitanti del suo villaggio, decide di assistere allo spettacolo. I Draghi stanno sparendo all’orizzonte, quando l’ultimo della formazione è attaccato da un basilisco nemico. La lotta è feroce e le esplosioni di tale intensità da deformare lo spazio-tempo.
Due giorni dopo un Drago esce dal bosco e si trascina fino alla piazza principale del villaggio. Ha perso le ali, ha il corpo coperto di ferite, non ha più missili nei tubi di lancio e i serbatoi sono pieni a metà. Nondimeno sarebbe ancora in grado di radere al suolo il villaggio, perciò si autoproclama Re: gli abitanti dovranno ubbidirgli e accudirlo finché non sarà portato in salvo da truppe amiche. Il Drago ha poi bisogno di un assistente, qualcuno che possa riferire i suoi ordini e spiare sui nuovi sudditi: tutti vengono esaminati e la scelta cade su Will…
…e qui cominciano le fantastiche avventure di Will e del suo Drago! Come in Eragon!
Non proprio. I Draghi di Swanwick hanno poco a che vedere con le care bestiole così spesso presenti nel fantasy. I Draghi di Swanwick sono egoisti, cinici, crudeli, malvagi, senza la minima traccia di rimorso o pietà. Per avere idea del loro simpatico carattere si può pensare a un incrocio fra il tradizionale Orco delle fiabe e la fredda intelligenza di HAL 9000 in Odissea nello Spazio. Will è drogato dal Drago, costretto a compiere azioni atroci
mostra piccolo spoiler ▼
e ogni sera deve fare rapporto: lasciare che il Drago gli entri nella mente e ne estragga i ricordi. La procedura non è lontana da uno stupro:
”Shussssh.” the dragon breathed. “Not a word. I need not your interpretation, but direct access to your memories. Try to relax. This will hurt you the first time, but with practice it will grow easier. In time, perhaps, you will learn to enjoy it.”
Something cold and wet and slippery slid into Will’s mind. A coppery foulness filled his mouth. A repulsive stench rose up in his nostrils. Reflexively, he retched and struggled.
“Don’t resist. This will go easier if you open yourself to me.”
More of that black and oily sensation poured into Will, and more. Coil upon coil, it thrust its way inside him. He found himself rising up into the air, above the body that no longer belonged to him. He could hear it making choking noises.
“Take it all.”
It hurt. It hurt more than the worst headache Will had ever had. His skull must surely crack from the pressure. Yet still the intrusive presence pushed into him, its pulsing mass permeating his thoughts, his senses, his memories. Swelling them. Engorging them. And then, just as he was certain his head must explode from the pressure, it was done.
The dragon was within him.
Squeezing shut his eyes, Will saw, in the dazzling, pain-laced-darkness, the dragon king as he existed in the spirit world: sinuous, veined with light, humming with power. Here, in the realm of ideal forms, he was not a broken, crippled thing, but a sleek being with the beauty of an animal and the perfection of a machine.
“Am I not beautiful?” the dragon crooned. “Am I not a delight to behold?”
Will gagged with pain and disgust. And yet — might the Seven forgive him for thinking this! — it was true.
“Shussssh.” il drago sussurrò. “Non una parola. Non ho bisogno della tua interpretazione, ma di accedere direttamente alle tue memorie. Cerca di rilassarti. La prima volta farà male, ma con la pratica diventerà più naturale. Col tempo, forse, imparerai ad apprezzarlo.”
Qualcosa di freddo e bagnato e scivoloso si insinuò nella mente di Will. Un osceno sapore di rame gli riempì la bocca. Un tanfo ripugnante gli salì nelle narici. Di riflesso fu scosso da conati di vomito.
“Non fare resistenza. Sarà più facile se ti apri a me.”
Quella sensazione nera e oleosa continuò a colare dentro Will. Spira dopo spira, il drago si apriva una strada dentro di lui. Will si ritrovò sospeso in aria, sopra il proprio corpo. Sentì giungere da quel corpo, corpo che ormai non gli apparteneva più, suoni strozzati.
“Prendilo tutto.”
Era doloroso. Era più doloroso del peggior mal di testa che Will avesse mai avuto. Il cranio si sarebbe di sicuro frantumato per la pressione. E ugualmente la presenza aliena insisteva a spingersi dentro di lui, una massa pulsante che permeava i suoi pensieri, i suoi sensi, le sue memorie. Gonfiandoli e divorandoli. E quando Will fu certo che la testa gli sarebbe esplosa, l’invasione fu completa.
Il drago era dentro di lui.
Con gli occhi serrati Will vide, nell’abbagliante, dolorosa, oscurità, il re drago come esisteva nel mondo dello spirito: sinuoso, venato di luce, circondato dal mormorio del proprio potere. Lì, nel reame delle forme ideali, non era una cosa rotta e storpia, ma una creatura fiammante con la bellezza di un animale e la perfezione di una macchina.
“Non sono bello?” chiese civettuolo il drago. “Non sono una meraviglia da ammirare?”
Will era soffocato dal dolore e dal disgusto. Eppure — che i Sette possano perdonarlo per averlo pensato! — era vero.
Però alla fine Will riuscirà a sfuggire al Drago e, lasciato il villaggio, troverà il modo di vivere le fantastiche avventure di cui sopra. Più o meno.
Babele
The Dragons of Babel è ambientato nello stesso mondo di Cuore d’Acciaio (The Iron Dragon’s Daughter, 1993), sebbene il cast dei personaggi sia nuovo.
Il Faerie di Swanwick rimane a tutt’ora una delle migliori se non la migliore ambientazione fantasy in circolazione. Magia e tecnologia, razionale e bizzarro s’incrociano in maniera naturale e verosimile. Swanwick riesce a parlare di città ciclopiche e mela-folletti, di macchine apocalittiche che farebbero la felicità dei Krell e ragazze-capra, di sottoufficiali centauri che giocano alla roulette russa con i bambini e di nani in fuga dall’equivalente sotterraneo della gestapo, e ci riesce rimanendo credibile. Anzi, il suo mondo appare molto più “concreto” della buona parte dei mondi fantasy in circolazione. È un mondo fantasioso come pochi — se non nessun altro[1] — e al contempo realistico.

Uno scorcio della Grande Macchina dei Krell. I Krell sono gli originari abitanti di Altair IV. Sono divenuti famosi nella Galassia per la loro passione riguardo le macchine gigantesche. In particolare la Grande Macchina, scavata nelle profondità del pianeta, occupava 33.000 chilometri cubi
Il segreto è sempre il solito: scrivi di quel che sai! Come lo stesso Swanwick spiega in un’intervista, dopo un viaggio in Irlanda si è reso conto dell’assurdità per lui e i suoi colleghi americani di scrivere fantasy tradizionale: loro non ne sanno niente di castelli e circoli di pietre, loro sono vissuti tra fabbriche, supermercati, discariche e stripper bar(sic), dunque è da lì che devono partire. Il mondo moderno diventa una base solidissima su cui costruire; non dovendo rinunciare a secoli di scienza e tecnologia diviene più semplice creare scenari complessi. Il tipico autore di fantasy si vanta di aver ideato la lingua dei nani o cinque specie di elfi, Swanwick ha l’infrastruttura per popolare il suo mondo con centinaia di razze diverse.
Gli stessi Draghi esistono perché esiste l’elettronica e la biochimica, perché esistono i missili aria-terra e la guerra non sono solo tizi che si prendono a spadate. Esistono perché nel nostro mondo — e forse anche in Faerie — esistono lo steampunk e gli anime.
Non escludo che si possa raggiungere questa complessità così feconda di risultati anche partendo da premesse diverse, forse l’equivalente di un Drago biomeccanico può abitare nell’Irlanda medievale, resta il fatto che i mondi ideati da gente come Martin o Jordan appaiano infantili in confronto alla Babele di Swanwick.
Quello che invece è probabilmente inevitabile accettando la complessità è la rinuncia alla componente conforto del fantasy tolkeniano. Uno scenario complesso per sua natura tende a essere amorale, dunque non può esistere il lieto fine, dato che manca un concetto assoluto di lieto. Leggere Swanwick non è rilassante, non è la classica fuga, il lasciarsi i problemi quotidiani alle spalle per immergersi in un mondo lontano e così più facile da comprendere del nostro; tuttavia la tensione viene ripagata dal divertimento!
C’è da sottolineare un altro aspetto: Swanwick non scrive urban fantasy, almeno non nell’accezione corrente. Il mondo moderno non è il nostro mondo. È solo appunto la partenza, la base, su cui poi edificare il mondo secondario. Mentre nel tipico urban fantasy c’è solo un’infiltrazione di fantastico, in Swanwick l’ambientazione è immersa nel fantastico. Per ogni computer o cellulare o automobile, ci sono incantesimi, magie e mostri. Per questo Cuore d’Acciaio e The Dragons of Babel più che elfpunk[2] sono new weird.
È tale il trasporto di Swanwick nel voler stupire a ogni pagina con creature curiose, situazioni bizzarre e bislaccherie varie, che di sicuro è rispettata la clausola più importante nella definizione di new weird da parte di Jeff VanderMeer: il “surrender to the weird”, l’abbandonarsi al bizzarro.
Il fascino del new weird consiste nel fatto che l’autore è invitato a lasciarsi andare, arrendersi, abbandonarsi al bizzarro, ma rimanendo nell’ambito del fantasy o della fantascienza, cioè rimanendo in un contesto che richiede verosimiglianza. Swanwick ci riesce benissimo.

Copertina dell’edizione rumena dell’antologia The New Weird, curata da Ann & Jeff VanderMeer. D’altra parte in Italia abbiamo la più grande concentrazione di giovani talenti del fantasy a livello mondiale, che bisogno ci sarebbe di tradurre ‘ste cose banali?
Un paio di passaggi per dare l’idea della commistione fra magia e tecnologia, purtroppo le situazioni più bizzarre richiedono diverse pagine per essere inquadrate e sarebbero troppo lunghe da proporre:
Puck’s[3] body, when they dug it up, looked like nothing so much as an enormous black root, twisted and formless. Chanting all the while, the women unwrapped the linen swaddling and washed him down with cow’s urine. They dug out the life-clay that clogged his openings. They placed the finger-bone of a bat beneath his tongue. An egg was broken by his nose and the white slurped down by one medicine woman and the yellow by another.
Finally they injected him with five cc. of dextroamphetamine sulfate.
Puck’s eyes flew open [...]
Il corpo di Puck[3], quando lo tirarono fuori, non sembrava nulla più di un’enorme radice nera, contorta e senza forma. Salmodiando tutto il tempo, le donne svolsero la fasciatura di lino e lavarono il corpo con urina di mucca. Tolsero l’argilla della vita che ostruiva le aperture. Piazzarono un ossicino di pipistrello sotto la lingua di Puck. Un uovo venne rotto vicino al suo naso, il bianco fu ingoiato da una donna di medicina e il tuorlo da un’altra.
Infine gli iniettarono cinque cc. di destroanfetamina solfato.
Gli occhi di Puck si spalancarono [...]
* * *
Will couldn’t help but smile. “Of course you do. I—” There was a sudden weight on Will’s shoulders and hips. With a strange sense of discontinuity, he realized that he was wearing a rubberized cloth helmet with a plastic visor. He looked down and found himself clothed in a white moon suit with rubber gloves. A waist unit pumped fresh air through PVC tubing into his helmet.
Inexplicably, Nat Whilk was standing in front of Will. He, too, wore a white biohazard suit. “Whatever you do, don’t take off the hood,” he said “Or you’ll be frozen timeless like everyone else in the city.”
Everything felt odd “Nat,” Will said, “what the hell am I doing in this thing? What’s going on here?”
“Take a look.” Nat stepped to the side so he wasn’t blocking Will’s sight.
All the city was motionless. Traffic had ceased. The crowds of pedestrians on the sidewalk were a petrified forest. Flower petals that the wind had blown from a window box were fossilized in the air, like ants in amber. Esme, caught in mid-hop, balanced on one toe.
Nat took a nickel from his pocket and held out before him. When he snatched his hand out from under it, the nickel did not fall. “Major juju, huh? The Lords of the Mayoralty have frozen an instant of time and moved their police and rescue forces into it. This is world-class stuff. You’re lucky to be seeing it. A spell of this magnitude is cast only once in a decade, and even then only under gravest need. It’s a real budget-breaker.”
Will non poté trattenersi dal sorridere. “Naturalmente l’hai dimenticato. Io —” Un peso improvviso gli premette contro le spalle e i fianchi. Una strana sensazione di discontinuità; si rese conto di star indossando un casco di tessuto gommoso dotato di una visiera di plastica. Abbassò lo sguardo e si scoprì vestito con una tuta bianca da astronauta con guanti di gomma. Un’unità addominale pompava aria pulita nel casco attraverso una tubatura in PVC.
Inspiegabilmente, Nat Whilk era in piedi di fronte a Will. Anche lui indossava una tuta protettiva. “Qualunque cosa vuoi fare, non toglierti il casco,” disse “Oppure sarai immobilizzato nel tempo come tutti gli altri in città.”
Il che suonava strano. “Nat,” disse Will, “che diavolo ci faccio conciato così? Cosa sta succedendo?”
“Guardati in giro.” Nat si spostò di lato, in modo da non bloccare più la visuale a Will.
La città era ferma. Il traffico si era arrestato. La folla di pedoni sui marciapiedi era diventata una foresta pietrificata. Petali che il vento aveva trasportato fuori da una finestra erano fossilizzati nell’aria, come formiche nell’ambra. Esme, bloccata a metà di un saltello, era in equilibrio su un dito.
Nat prese un nichelino dalla tasca e lo tenne avanti a sé. Quando tolse la mano da sotto la monetina, quella non cadde. “Una gran stregoneria, eh? I Signori della Municipalità hanno congelato un istante di tempo e vi hanno fatto entrare le forze di polizia e di pronto intervento. Roba di prima classe. Sei fortunato ad assistervi. Una magia di questa potenza è evocata non più di una volta ogni dieci anni, e solo in caso di assoluta necessità. È un disastro per il budget.”
* * *
He found her playing with a dead rat.
From somewhere, Esme had scrounged up a paramedic’s rowan wand that still held a fractional charge of vivifying energy and was trying to bring the rat back to life. Pointing the rod imperiously at the wee corpse, she cried, “Rise! Live!” Its legs twitched and scrabbled spasmodically at the ground.
The apple imp kneeling on the other side of the rat from her gasped. “How did you do that?” His eyes were like saucers.
“What I’ve done,” Esme said, “is to enliven its archipallium or reptilian brain. This is the oldest and most primitive part of the central nervous system and controls muscles, balance, and autonomic functions. “She traced a circuit in the air above the rat’s head. Jerkily, like a badly handled marionette, it lurched to its feet. “Now the warmth has spread to its paleopallium, which is concerned with emotions and instincts, fighting, fleeing, and sexual behavior. Note that the rat is physically aroused. Next I will access the amygdala, its fear center. This will—”
“Put that down, Esme.” It was not Will who spoke. “You don’t know where it’s been. It might have germs.”
The little girl blossomed into a smile and the rat collapsed in the dirt by her knee. “Mom-Mom!”
La trovò che giocava con un topo morto.
Da qualche parte, Esme aveva recuperato una bacchetta da paramedico in legno di sorbo. La bacchetta tratteneva ancora una frazione della sua carica di energia vivificante, e con quella la bambina cercava di riportare in vita il topo. Puntando imperiosa la bacchetta verso il corpicino, declamò, “Alzati! Vivi!” Le zampe del topo si contrassero e rasparono in maniera spasmodica il terreno.
Un mela folletto, inginocchiato davanti al topo dalla parte opposta rispetto a lei, era rimasto di stucco. “Come ci riesci?” chiese, gli occhi sgranati, grandi quanto un piattino.
“Quello che ho fatto,” disse Esme, “è stato rianimare l’archipallium o cervello rettile. È la parte più antica e primitiva del sistema nervoso centrale e controlla i muscoli, l’equilibrio e le funzioni autonome.” Disegnò un cerchio nell’aria sopra la testa del topo. A scatti, muovendosi come una marionetta mal condotta, il topo sobbalzò sulle zampe. “Adesso il calore vitale si è diffuso al paleopallium, che si occupa delle emozioni e degli istinti, combattere, fuggire e il comportamento sessuale. Notare che il topo è fisicamente eccitato. Come prossima mossa accederò all’amigdala, il suo centro della paura. Questo farà –”
“Mettila giù, Esme” Non era stato Will a parlare. “Non sai dov’è stata, magari è piena di germi.”
La bambina si accese in un sorriso e il topo si accasciò nello sporco vicino al suo ginocchio. “Mamma! Mamma!”
Entrando nello specifico, The Dragons of Babel si svolge per buona parte nella città di Babele, la città delle Mille Razze. E non per modo di dire; oltre ai consueti uomini, elfi, nani, giganti, troll, orchi e i già citati draghi, abbiamo: russalka, vodnik, duppy, tokoloshe, boggart, clurichaun, oni, tylwyth teg, e ancora ogni genere di creaturina, e gli uomini-stecco e gli uomini-cane, centauri, coboldi, mela-folletti, titani, sfingi, grifoni, e un’infinità d’altri. La stessa immensa Babele è viva ed è uno dei personaggi della vicenda.

Un simpatico Tokoloshe
Swanwick non descrive mai Babele nel suo complesso, lasciando che il sense of wonder nasca indirettamente: per esempio parlando dell’oceanica discarica che circonda la torre. Gli impianti per smaltire i rifiuti sono la struttura artificiale più estesa del pianeta e sono visibili dall’orbita.
Babele è in parte New York, in parte Metropolis, Gotham City, New Crobuzon, Ambergris, e in parte del tutto originale. È un’ambientazione splendida.
Non sono solo rose e fiori
Se l’ambientazione è splendida, la storia potrebbe essere migliore. L’impressione è di trovarsi di fronte a una vicenda frammentaria; non a caso diversi capitoli del romanzo sono stati pubblicati da Swanwick anche come racconti autonomi.
I frammenti sono ottimi (per esempio il capitolo 12, A Small Room in Koboldtown, è stato candidato all’Hugo come miglior short story e ha vinto il Locus nella stessa categoria) ma alle volte lasciano il tempo che trovano, nonostante nel finale Swanwick si dimostri abile nel far combaciare le diverse parti.
Dove il romanzo è di molto inferiore a Cuore d’Acciaio e in generale è sottotono è nel protagonista. Will non è interessante come la Jane di Cuore d’Acciaio, e — orrore! — è quasi buono. È un truffatore e nel corso della storia compirà azioni non proprio encomiabili, eppure manterrà una rettitudine morale che stride rispetto alla complessità del mondo in cui vive. Troppe sue scelte sono nette e scarsamente motivate, dettate solo dalla necessità di dirigere la storia in una determinata direzione.
Si sente poi la mancanza di Melancthon. Purtroppo, a dispetto del titolo, in The Dragons of Babel i draghi compaiono solo nei primi capitoli e nelle ultime pagine, ed è un gran peccato.
In compenso molti dei comprimari sono ottimi personaggi, perfino quelli che appaiono per poche pagine, come il nano suicida o il leone di pietra a guardia della biblioteca o la rana proprietaria di un bar. I due soci di Will nelle sue imprese truffaldine, una coppia simile a quella del gatto e la volpe (e in effetti il secondo socio è una volpe antropomorfa che si sposta in Vespa e si chiama Victoria il Volpone Sheherazade Jones), sono simpatici e piacevoli da seguire. Esme, la bambina-che-non-è-una-bambina, è alle volte fastidiosa, ma scoprire pian piano chi in realtà sia è una delle sottotrame divertenti della storia.
Swanwick scrive in terza persona limitata seguendo Will. Gli episodi sono disposti nel giusto ordine temporale e la vicenda scorre lineare senza intoppi. Però il lessico di Swanwick è spesso tutt’altro che semplice. Usa neologismi, termini desueti, parole che sa solo lui dov’è andato a pescarle. Non conosco abbastanza l’Inglese per dire che sia un difetto oggettivo, è possibile che per un lettore anglosassone di media cultura rimanga una scrittura semplice, tuttavia ho qualche dubbio che quando un personaggio parla sotto voce (in italiano nel testo) sia un modo di esprimersi elementare.
L’impressione è che a tratti Swanwick scivoli un po’ nel pretenzioso, il che è vagamente ridicolo, quando poi ti balocchi con i mela-folletti.

Mela folletto. Qui un video a lui dedicato
D’altro canto questa ricchezza di vocabolario gli consente di descrivere ambienti e situazioni in maniera accurata con poche righe. The Dragons of Babel sono 320 pagine, ma la densità di avvenimenti è tale da consentirgli di competere senza problemi con romanzi tre volte più lunghi. Sotto quest’aspetto Swanwick è impeccabile, in ogni “frammento” la narrazione procede senza neanche mezza pagina di troppo.
Conclusioni e recriminazioni
The Dragons of Babel, pur non essendo all’altezza di Cuore d’Acciaio, rimane un bellissimo romanzo. Mi sono divertita a leggerlo come non mi capitava da tempo e questo nonostante io sia invidiosa del signor Swanwick, perché ha più fantasia di me!
Perciò per chi se la cava con l’Inglese è consigliato senza remore.
Per gli altri bisognerà aspettare una traduzione che non ho idea se arriverà mai. Io sto ancora aspettando la traduzione del terzo volume del Ciclo Barocco di Stephenson (alla fine The System of the World l’ho letto in Inglese, con grande fatica) e probabilmente ci vorranno dieci anni per vedere da noi il suo ultimo romanzo, il promettente Anathem. D’altra parte perché tradurre Stephenson quando puoi pubblicare il prossimo sedicenne?

Scopri l’intruso!
Mi sfugge completamente il ragionamento dietro certe scelte. L’Einaudi inaugura una collana fantasy, perché non avrebbe potuto iniziare con questo The Dragons of Babel ? Davvero se distribuisci il libretto illustrato con i Draghi, intervisti Swanwick al telegiornale e quant’altro vendi meno che con la Strazzulla? In fondo stiamo parlando di un romanzo con i draghi biomeccanici, con i giganti che combattono e distruggono interi chilometri quadrati di territorio, con ogni genere di meraviglia. E c’è anche una storia d’amore! Perché Will s’innamorerà di una nobildonna elfa. D’accordo, d’accordo, non è proprio una faccenda mielosa — lei gli mostra il dito medio la prima volta che s’incontrano e quando vuole fargli un complimento lo chiama “asshole” — però è lo stesso una storia d’amore, e persino più romantica di altre.

Michael Swanwick. Uhm, ok, per l’intervista al telegiornale si può prendere un modello ventenne. Non vedo il problema
La piccola speranza è che qualche furbone dell’editoria nostrana dopo aver letto il titolo e aver guardato la copertina di The Dragons of Babel pensi che sia una qualche roba D&D: a quel punto sarebbe traduzione sicura!
* * *
note:
[1] Al di fuori della Bizarro Fiction, a mio modesto avviso l’unico che può competere in termini di fantasia sfrenata con Swanwick è VanderMeer.
[2] L’elfpunk è quel sottogenere dell’urban fantasy al cui centro vi è l’idea di trasportare creature classiche del fantasy (come appunto gli elfi) in un ambiente moderno e urbano. Questo in effetti avviene sia in Cuore d’Acciaio sia in The Dragons of Babel e lo stesso Swanwick ammette che Cuore d’Acciaio possa essere catalogato elfpunk, sebbene a lui personalmente piaccia pochissimo il termine. Tuttavia tale trapianto di figure fantasy nella modernità descrive solo in maniera parziale e inaccurata l’ambientazione dei due romanzi.
[3] Non lo stesso Puck di Cuore d’Acciaio.
Approfondimenti:
The Dragons of Babel su Amazon.com
The Dragons of Babel recensito da Paul di Filippo
The Dragons of Babel recensito da John Clute
A Small Room in Koboldtown leggibile online (PDF)
Il sito ufficiale di Michael Swanwick
Il blog di Michael Swanwick
Michael Swanwick su Wikipedia
Jeff VanderMeer su Wikipedia
Neal Stephenson su Wikipedia
Giudizio:
| Swanwick sa scrivere bene… +1 | -1 …forse troppo bene. |
| Alcuni “frammenti” sono eccezionali. +1 | -1 Ma la storia potrebbe essere più organica. |
| Ottimi comprimari. +1 | -1 Insipido protagonista. |
| Ambientazione splendida. +1 | |
| È difficile trovare un autore con maggior fantasia. +1 | |
| I Draghi si vedono poco ma sono sempre fantastici. +1 |
Eccomi qua a scrivere un Intermezzo pre-natalizio, prima di un Influsso post-natalizio (che gioco di parole, eh?). Cosa scrivere, cosa raccontare in un periodo così? Ebbene, vi presento una delle cose che preferisco fare quando non ho nulla da fare: ascoltare musica (metal). Se siete alla ricerca di canzoni forti e belle per un urgente e ultimo regalo di natale, eccovi accontentati: vi sforno una lista dei miei ascolti con relativo breve commento.
18th Nervous Breakdown: Cynic. Avete presente quel tipo di progressive metal alla Dream Theater con qualche spruzzo di altri generi? Bene, dimenticatelo perchè i Cynic sono un progressive di tutt’altro genere ma altrettanto ascoltabile. Spaccano molto con Traced In Air, CD uscito quest’anno, ben 15 anni dopo Focus, probabilmente a causa di un temporaneo scioglimento della band tra 1994 e 2006. Se volevano ritornare bene, ce l’hanno fatta. Consigliata: Integral Birth (che potete trovare sul loro sito ufficiale nonchè myspace).
17th Nervous Breakdown: Pain Of Salvation. Eh, si…questa band è molto interessante…Scarsick del 2007 ha portato la band ad un livello ed un sound nuovo, ricco non solo delle tensioni metalliche dei precedenti, ma anche di ironia e satira, come con Disco Queen, dove non si capisce bene se si sta in discoteca o al concerto di un gruppo metal. Oltre a questa traccia, anche Spitfall e Cribcaged sono ottime canzoni, mentre dei precedenti album consiglio Ashes, Home e Handful of Nothing.
16th Nervous Breakdown: Metallica, più in particolare Death Magnetic. Si, mi è piaciuto molto. L’ho ascoltato e riscoltato e devo dire che è ad un livello leggermente superiore del precedente St. Anger, anche se in questo periodo anche questo CD è stato rivalutato, almeno dalle mie misere conoscenze. Mi sono piaciute molto canzoni come My Apocalypse e Unforgive III, oltre a Cyanide e The Day That Never Comes. Ascoltatevelo. Di sicuro non sono i metallica di Enter Sandman, ma spaccano comunque.
15th Nervous Breakdown: Testament. A proposito di spaccare, i Testament tempo fa sono rientrati in studio per produrre un mangifico album dal titolo The Formation Of Damnation. I Testament hanno avuto grassi e grossi problemi con le loro formazioni che hanno fatto acqua un po’ da tutte le parti. Ma quest’ultimo CD vede la maggior parte dei veri e propri Testament dietro agli strumenti e devo dire che si sente! Ascoltatevi Afterlife e F.E.A.R. e poi venite a commentare…
14th Nervous Breakdown: Ayreon. Scoprii questo gruppo grazie al cd 01011001, che mi impressionò ma non così tanto da approfondire conoscenza. Approfondimento che ho concluso in questi giorni con qualche riscolto: mi piace molto il lavoro di Lucassen, unico ideatore del progetto. Egli ha però raccolto in giro per ognuno dei suoi CD artisti di altri gruppi, come LaBrie dei Dream Theater o Daniel Gildenlöw dei Pain Of Salvation. La Metal Opera di questo artista, non c’è altro da dire, è fantastica. Canzoni come Hope o School, contenute in The Human Equation, sono ottime. Anche Comatose dell’ultimo album merita davvero un ascolto, come Evil Devolution di Into The Electric Castle. Lucassen sa davvero estasiare e lo fa, tra l’altro, con un concept-opera incentrato sulla figura di Ayreon e su un mondo fantastico che associa gli umani della Terra ai Forever del pianeta Y. Per saperne di più, ascoltate questo artista!
13th Nervous Breakdown: Vision Divine. In attesa del nuovo album con Fabio Lione, vi parlo dei vecchi Vision Divine. Erano i tempi d’oro, quando Luppi usciva sul palco a fare acuti e ad ironizzare in grawl su un palchetto nei dintorni della bassa pavese. “Ottimo spettacolo” ci dicevamo. Forse l’ultimo con Michele. Non ho alcun dubbio sul lavoro dei VD per i tre album Stream Of Consciuousness, The Perfect Machine e The 25th Hour. Solido il primo, davvero estasiante, sopratutto la canzone che dà il titolo al CD, insieme a We Are We Are Not. I due seguiti sono leggermente sotto tono, ma posso girarvi che Land Of Fear e A Perfect Suicide mi fan saltare ancora sulla sedia. Ora aspettiamo il ritorno di Lione. Breve MetalGossip: i Rhapsody Of Fire sono in tribunale per qualche diatriba con la loro casa discografica MagicCircle ed il rispettivo padron Joey DeMaio (dei Manowar). Non si sa perchè ma si sa che il gruppo ha deciso di smettere per un poco e Lione è tornato ai suoi italianissimi VD, con i quali aveva inciso Send Me An Angel.
12th Nervous Breakdown: Tiamat. Ottima band, davvero stravagante ed eclettica. L’ultimo album, Amanethes, è di quest’anno e propone ottime chicche come Temple Of The Crescent Moon e Untill The Hellhounds Sleep Again. Anche belle le due tracce Amanitis e Amanes, oltre a Via Dolorosae. Prima di immergersi nel latino, il gruppo svedese produsse fin dal lontano 1990 altre ottime tracce come In A Dream, I’m in Love with Myself, Sixshooter, Gaia e una cover di Sympathy For The Devil. Spaccano, sembrano degli HIM un poco più seri ed eclettici.
11th Nervous Breakdown: Iced Earth. Se vi mancano gli Iron Maiden, ma volete comunque qualcosa di innovativo, questo gruppo fa per voi. In questo periodo il gruppo ha sfornato il secondo album della serie Something Wicked. Gli IE non hanno avuto pochi problemi con i cambi di formazioni, tanto che l’unico punto fermo è rimasto sempre il chitarrista-fondatore Jon Schaffer, insieme a Matt Barlow alla voce, uscito fuori dal gruppo per qualche tempo, ma ritornato più forte che mai. Immancabile CD da sentire assolutamente è Horror Show, un concept album sulle creature dell’orrore, da Dracula al fantasma dell’opera, inclusa una cover speedy di Transylvania degli Iron Maiden. Altri ascolti sono l’indimenticabile Angel’s Holocaust, I Died For You e Dante’s Inferno.
10th Nervous Breakdown: Judas Priest. Non c’è nulla da dire se non un elogio ad Halford. Dopo problemi, vicissitudini, incontri, scontri e tour, i Judas Priest sono tornati con Nostradamus, concept album molto molto entusiasmante (prendetelo solo per sentire Halford cantare in italiano, vi prego fatelo!). Sono comunque rimasti quelli di sempre, quelli di Better By You, Better Than Me, di Desert Plain o In Between. Senza dimenticare le stupende Breaking The Law e Diamonds & Rust, cover di Joen Baez. Non fateveli scappare a Marzo, quando saranno in Italy in concerto con Megadeth e Testament: evento da non perdere!!!
Continua e finisce sul prossimo Intermezzo...
Spirito Giovane a.k.a. Daniele Fusetto
Tags: fantasy, letteratura, libri
Amedeo Vi di Savoia detto il Conte Verde rappresenta un vero e proprio punto di riferimento nella storia di Casa Savoia.
Nato a Chambéry il 4 gennaio 1334 succedette al padre Aimone nel 1343, troppo giovane per governare, un collegio di tutori nominati da Aimone gli permisero la tutela dei suoi diritti oltre ad una adeguata istruzione.
Di carattere forte fin da giovane e deciso a non farsi sopraffarre dai potenti vicini si dedico subito ad azioni di conquista, dimostrando un profondo interesse per la cavalleria, le sue leggi e le sue manifestazioni.
Dopo una serie di successi che gli permisero di conquistare Chieri, Savigliano, Cherasco e Mondovì ritorno a Chambéry nel 1348 e per festeggiare organizzò un grande torneo. Secondo le cronache del tempo si presentò coperto di armi verdi, con le piume dell’elmo verdi e il cavallo coperto da una gualdrappa verde, probabilmente fù quell’apparizione che lo consacrò come il Conte Verde. Quell’evento avvenne nel 1349 nel castello di Bourget in Moriana, inoltre durante quel torneo si consacrarono due fidanzamenti, quello di Amedeo VI con Giovanna di Borgogna e di Bianca di Savoia con Galeazzo Visconti. Un altra occasione in cui si presentò con altri dodici cavalieri completamente vestiti di verde fù nel 1353 dopo la conquista di Sion, al torneo di Bourg en Bresse dove vinse tutte le prove dei tre giorni di torneo.
Il matrimonio con Giovanna di Borgogna avrebbe portato in dote vastissimi territori, la questione avrebbe suscitato molte contese con la Francia, per questo egli rinunciò e attuò uno scambio con il re di Francia che gli permise di annettere numerose signorie e terreni oltre a 40.000 fiorini d’oro.
Partecipò al fianco di Carlo di Valois, futuro re di Francia all’avanzata nell’Artois, in seguito a Parigi celebrò le proprie nozze con la sorella minore di Giovanna, Bona di Borbone, donna molto saggia si rivelò un ottima moglie e lo sostituì adeguatamente durante le sue lunghe e numerose assenze.
Nel 1350 Amedeo VI istituì il primo ordine cavalleresco, l’Ordine del Cigno Nero, tale ordine aveva lo scopo di difesa reciproca e di non agressione tra i Signori che vi appartenevano.
La situazione politica che Amedeo VI doveva affrontare non era delle più semplici, nel 1349 marciò su Grenoble e Gap, ma nel 1350 un trattato con la Francia lo obbligò a rinunciare a mire espansionistiche in quella direzione, si concentrò quindi sul piemonte, contro i Visconti, i Monferrato e i Saluzzo.
Un altro problema derivava dagli Acaja, ingiustamente estromessi dal titolo dei Savoia, a dir loro, ingaggiarono dei soldati di ventura che vennero sconfitti da Amedeo VI. Nel 1356 Giacomo d’Acaja occupò dei territori intorno ad Ivrea, Amedeo VI mosse contro Giacomo e conquistò Volvera, Buriasco, Frossasco e Ivrea. Nel 1359 una nuova rivolta di Giacomo fù sedata e il Conte Verde conquistò numerose città degli Acaja, tra cui Torino che si arrese spontaneamente.
Amedeo VI aveva uno spirito religioso, nel 1363 fondò un ordine, con altri 14 cavalieri, essi si proclamarono difensori della fede, tale ordine aveva come simbolo un collare formato da tre cordoncini, annodati in quello che oggi si chiama nodo Savoia, e la parola FERT. Fu quindi fondato l’Ordine del Collare che in seguito divenne il Collare dell’Annunziata.
Il Conte Verde dimostrò tutta la sua abilità politica e diplomatica muovendosi con equilibrio tra il potere del Re di Francia, il prestigio del Papa e l’influenza imperiale. Nel 1365 l’incontro tra Papa Urbano V e l’imperatore Carlo IV di Lussemburgo gli permisero di rafforzare il suo prestigio, accompagnando l’imperatore ad Avignone, ad Arles, al Monastero di San Maurizio e a Ginevra. Nel 1365 ottenne di poter agire in un ampia zona, di importanza strategica per l’imperatore, in nome dello stesso, a tale incarico aspirava anche il Re di Francia. Nello stesso periodo si offrì di partecipare alla crociata indetta dal Papa, insieme a lui si offrirono anche il Re di Francia, di Cipro e di Ungheria, ma chi per un motivo chi per un altro rinunciarono.
Amedeo VI giunse a Venezia con truppe fornitigli dai nobili delle sue terre, da suo cognato Galeazzo Visconti e altri soldati ausiliari e mercenari da lui assoldati. La sua partenza fù molto coreografica, fece issare sulle navi uno stendardo azzurro in onore della vergine Maria, da allora divenne il simbolo dell’Italia ancora adesso utilizzato nelle sciarpe delle divise militari e nelle maglie delle nazionali sportive.
L’obiettivo principale era aiutare l’imperatore Giovanni V Paleologo, accerchiato dai turchi, durante il viaggio nel mare adriatico giunse notizia che era stato fatto prigioniero dai Bulgari, quindi cambiarono i piani, prima Amedeo VI assediò Gallipoli e la conquistò, poi si diresse a Costantinopoli dove rimise in sesto la flotta, riprese il viaggio verso Varna capitale della Bulgaria e l’assediò, nel 1367 l’imperatore fu liberato. Questa impresa lo decretò grande cavaliere e ne ottenne onori e gloria.
Al suo rientro però lo attendevano nuove questioni da sbrigare, gli Acaja che continuavano a tentare di conquistare terre, e una disputa tra i Visconti e i Monferrato. Risolta la questione degli Acaja con l’uccisione del successore di Giovanni, il primogenito Filippo, si dedicò alla disputa contro i Visconti.
Amedeo VI si mise a capo di una lega italica contro i Visconti , la vicenda portò a guerre e saccheggi, nel 1376 raggiunsero un accordo di pace bloccando le mire espansionistiche dei Visconti verso ovest. Il regno sabaudo si allargò così verso Cuneo, Biella, Chivasso, Riva e Poirino. La sua fama gli fruttò numerose richieste di aiuto dandogli una certa fama in politica internazionale, fù richiesta la sua mediazione per contese in terra subalpina, in Linguadoca, a Pisa e nella lunga guerra tra Francia e Inghilterra.
Nella seconda metà del XIV secolo la guerra tra Genova e Venezia richiese l’arbitrato del Conte Verde, che organizzò un incontro tra le potenze marinare a Torino, riuscì nel 1381 a chiudere un accordo tra le due città, tale accordo lo consacrò come fine diplomatico.
Negli anni successivi avvenne lo scisma d’occidente, in cui, al Papa Urbano VI, venne contrapposto un antipapa: Clemente VII, nominato dai cardinali francesi.
Amedeo VI si schierò con i francesi, partecipò ad una spedizione organizzata da Luigi d’Angiò, in cambio di tale partecipazione avrebbe ottenuto numerosi territori, ma purtroppo nel febbraio 1383 una forte pestilenza scoppiò tra le truppe e colpì anche il Conte Verde che morì il primo marzo nel castello di Santo Stefano di Bitonto.
Dopo un lungo viaggio di ritorno l’8 maggio fù sepolto ad Altacomba.
Tags: fantasy, letteratura, libri
JACK VANCE: LE OPERE 5
Jack Vance nella sua carriera ha vinto con due romanzi il massimo premio per gli scrittori di fantascienza, il premio HUGO, i due romanzi sono The Last Castle (L’ultimo castello, 1966) e The Dragon Master (I signori dei draghi, 1962) con The Last Castle ha vinto anche il premio Nebula nel 1967. Inoltre ha vinto anche il World fantasy award nel 1984 per Lyonesse e nel 1990 per Madouc, il premio Edgar Allan Poe Awards nel 1961 per il racconto The man in the cage, il premio Jupiter nel 1975 per il racconto Assalto a una città e nel 1997 il premio Grand Master.
L’ULTIMO CASTELLO
In questo romanzo si racconta di Hagedorn, l’ultimo castello della Terra. Un estremo rifugio, malsicuro e incerto, di un umanità che lotta contro gli orrori che lei stessa ha trapiantato da altri mondi. La lotta è disperata, se Hagedorn sarà sconfitto ogni traccia dell’uomo sparirà dall’universo. Questa lotta potrà essere favorevole agli uomini solo se essi negheranno tutto il presente e saranno in grado di tornare alla memoria di un passato sepolto sotto la polvere che compone milleni di illusioni.
I SIGNORI DEI DRAGHI
In un lontano pianeta, isolato e pieno di catene montuose, i signori locali vivono in castelli scavati nella roccia. Tramite mutazioni genetiche allevano dei draghi per poterli usare come combattenti nella loro guerra. Questi draghi sono il risultato della mutazione di una razza aliena intelligente, giunta sul pianeta e catturata tempo addietro. Nello stesso tempo gli alieni scampati alla cattura hanno catturato degli uomini e li allevano per utilizzarli come combattenti in questa guerra. Avremo così due razze e due eserciti che si affronteranno in questa guerra con ognuno i propri animali da battaglia.
ALTRI LIBRI
Di seguito un elenco dei libri di cui non ho fatto la recensione e che sono stai pubblicati in Italia:
I vandali dello spazio, 1951
Il figlio dell’albero, 1951
Il pirata dei cinque mondi, 1953
Gli schiavi del Klau 1958
Le case di Iszm, 1964
L’opera dello spazio, 1965
Il satellite dei cospiratori, 1965
Pianeta d’acqua, 1966
Le avventure di Magnus Ridolph, 1966
Crociata spaziale, 1969
La fiamma della notte, 1996
The best of Jack Vance, 1976
I racconti inediti, 1995
Termina così una completa recensione di un grande scrittore di fantascienza: Jack Vance.
alla prossima…
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