Prima di addentrarsi nell’analisi (o nella critica) riguardo alle forme di espressione, vorrei fare un ultimo intervento sui contenuti (non l’ultimo della mia vita, sia chiaro, XD); ed in particolare vorrei ritornare su una delle tematiche che tempo fa affrontai e che mi sta molto a cuore: il concetto di mondi paralleli e anche di epoche parallele.In questi tempi il concetto di mondo paralleloè stato accettato sia nella letteratura fantastica che nei film o meglio nei telefilm: mi ricorderò sempre quale impressione mi fece il seguire la serie I Viaggiatorio Sliders, ora in trasmissione sulle frequenze di Steel, sul digitale terrestre. Inoltre anche nella serie Stargate SG-1 c’è l’idea della dimensione parallela negli episodi in cui la squadra incontra lo specchio dimensionale, idea usata in modo non molto dissimile in Star Trekin un episodio in cui la Voyager si ritrovava in un’altra dimensione dove la Federazione non esisteva.
Anche nei fumetti l’idea del mondo parallelo ha avuto ampio riscontro; anzi, direi che è inizato da qui il successivo trapasso dell’idea verso i telefilm. La DC Comics ne sa qualcosa, con Crisis On Infinite Earths e il successivo Infinite Earths. Da noi oltre ad alcuni episodi di Dylan Dog esistono due serie importanti, di casa Bonelli, che hanno al loro interno una cospiqua presenza dell’idea della dimensione parallela: Nathan Neverche già da molti numeri ha introdotto il concetto e Brad Barron che l’ha affrontato nell’ultimo speciale uscito questo Febbraio. Il primo fumetto come già detto dedica molto spazio alle dimensioni parallele, occupando sia episodi della serie regolare che fuori serie, ormai entrati nel mito tra i fan – dentro i quali anche io mi incorporo; la serie parla di una terra del futuro, distante duecento anni da noi cronologicamente parlando. Dentro a tale ambientazione si muove Nat, simpatico musone di un detective o meglio un agente speciale dell’Agenzia Alfa.
Il secondo fumetto ha però il pregio di essere ambientato totalmente in un mondo parallelo: alla metà del Novecento un gruppo di alieni chiamati Morb invade la terra. Brad Barron è un biologo che riuscirà non solo a sottrarsi al gioco degli alieni ma anche a sconfiggerli e a farli allontanare dalla Terra. Dopo la serie regolare di 18 numeri lo speciale di Febbraio, il secondo, ha introdotto in modo molto più prepotente il concetto di dimensione parallela: si viene a scoprire che i Morb utilizzano i loro stessi di altre dimensioni per conquistare mondi ospitabili! Idea degna di un re dei mondi paralleli, Philip J. Farmer, autore di Il Fabbricante di Universi e del forse più conosciuto Il Fiume della Vita, fatto film non molto tempo fa con il titolo di Riverworld. L’autore è scoparso proprio in questi giorni.
Accanto a questo filone di dimensioni parallele troviamo un non vastissimo filone di ucronie: storie di epoche differenti e sconosciute che sono realmente delle dimensioni parallele, ma che variano solo per la storia. Già Dylan Dog mi aveva stupito con quell’episodio intitolato proprio Ucronia e possiamo dimenticare forse i libri come La Svastica Sul Sole di Philip K. Dick? Proprio il 2 Marzo ricorre l’anniversario della sua morte, giunto quest’anno al numero 27. Non dimentichiamoci Harry Turtledove e Robert Harris (Fatherland). Inoltre anche da noi in Italia si ha aperto la porta all’ucronia con la trilogia Occidente di Mario Farneti.
Tutto questo per dire cosa? Ci sono due punti che a livello di trama mi hanno fatto pensare: alcuni dicono che l’originalità si è dissolta e che nulla è più creabile, altri invece dicono che non c’è limite alla novità . Non so chi ha ragione ma di due cose sono sicuro: la prima è che basta ascoltare, osservare, percepire e pensare; soprattutto pensare. Non basta starsene al centro di un turbine, di un tornado pretendendo di poter raggiungere le idee se queste sono all’esterno dell’occhio del ciclone. Quindi: percepire, interpretare e reagire. Nulla è eliminabile, un trittico inscindibile senza cui si perde il fine reale di un’azione.
Secondo: le idee, letterarie soprattutto, sono il risultato, a volte, di un’epifania ed altre volte di una fusione. Il pulp come io personalmente lo intendo è un genere che fonde più entità , che unisce, che sovrappone, che integra; l’epifania è più un elemento di genere classico: tragedia, commedia, tragicommedia. Qui se non avevi una forte idea drammatica, tutto svaniva. Ed è così anche per il Pulp, ma lui può permettersi di creare idee come “prendiamo il signore degli anelli e lo facciamo sullo stile di matrix con atmosfere alla Sin City”. Ovvero, può parlare in metalinguaggio, può esprimere un concetto con un altro concetto già presente nell’esperienza. Quello che ha fatto Neil Gaiman nell’ultimo libro: prendiamo il Libro della Giungla e mettiamolo in un cimitero. Ed ecco il Graveyard Book. Ecco quindi che il trittico si evolve: percepire, interpretare, soggettivare, riprodurre. E’ logico quindi pensare che ogni persona vedrà e reinterpreterà e riprodurrà le cose che vede secondo il proprio punto di vista. Quello che io dicevo nei post precedenti è proprio questo: bisogna scrivere pensando che i propri lettori debbano essere persone a cui non piace il genere. Per fare questo, per adattare il proprio genere a coloro che lo schifano è necessario andare oltre il proprio point of view e cercare di capire anche quello degli altri. Anche nella vita è utile sapere cosa potrebbero pensare gli altri, aniticipare le loro mosse o capirne le motivazioni; non è così facile, ma a volte funziona. Funziona anche perchè si riesce maggiormente a perdonare, a legare, a razionalizzare, a credere, a reggere; insomma migliora a volte il tuo modo di fare, anche senza farlo notare o vedere.
Quindi va bene inserire una propria soggettività nella riproduzione, ma bisogna farlo tenendo conto del punto di vista della maggior parte di colore che non ti leggeranno e che non devono mai trovarsi in qualsiasi punto del libro a chiedersi il classico “ma cos’è sta roba?“. Se non se lo chiedono mai e leggono tutto d’un fiato, avete vinto.
Ora qualche piccola cavolata personale: 50 POST! Grazie a coloro che partecipano ogni tanto con dei commenti ed anche a chi mi legge senza commentare. Grazie ai Blog che seguo che m’ispirano e grazie alle persone che ho attorno che fanno lo stesso. Spero di scrivere ancora in Marzo, ma sono impegnato in forti progetti di reinterpretazione e produzione. Quindi, credo avranno la priorità . Ma non mancherò di segnalarvi errori, problemi, necessità di una vita da scrittore (seh, magari! XD).
Uscita la DVDRip di questo film vampiresco che è passato nei cinema anche da noi un paio di mesi fa con il titolo Lasciami Entrare.
Locandina di Let the Right One In
Låt den rätte komma in (Let the Right One In, 2008) Let.The.Right.One.In.2008.DVDRip.XviD-VoMiT (DVDRip, ~1,39GB, Audio AC3 5.1) (svedese con sottotitoli in inglese e spagnolo)
[See post to watch Flash video]
Trailer di Let the Right One In
Oskar è un dodicenne sfigato tormentato a scuola da un gruppetto di bulli. I genitori sono separati e lui è sempre da solo (oh, poverino!) Un giorno nel palazzo dove vive si trasferisce Eli, una ragazzina anche lei dodicenne. I due s’innamorano e sarebbero rose e fiori sennonché lei è un vampiro (oh, no!)
Letta così la trama richiama subito alla mente Twilight e in effetti siamo ancora da quelle parti. Let the Right One In è molto più curato e realistico, ma alla fin fine la storia è proprio la stessa di Twilight, con il vampiro centenario che s’innamora senza nessuna buona ragione dello sfigato di turno. Oskar è debole, stupido, vigliacco, e non ha nessun hobby se non ritagliare dai giornali gli articoli di cronaca nera. Proprio come Bella non mi ha suscitato alcuna simpatia o empatia, ho sperato fin dalla seconda scena che i bulli lo ammazzassero di botte. Eli non è molto meglio, sebbene non luccichi al sole e quando è affamata non si faccia scrupolo a uccidere chiunque le capiti a tiro. Il film non è divertente (non c’è traccia o quasi di ironia o anche solo humor nero) e non è pauroso. In più è prevedibile, non c’è un mezzo colpo di scena che sia mezzo. Non è spettacolare e non è intelligente. È noioso e pretenzioso.
Nondimeno ha ricevuto unanimi consensi dalla critica e (gratis) può essere una visione più interessante di tante altre. Forse sono io che sono arcistufa dei vampiri. Per chi volesse fare un confronto con il romanzo di partenza, anch’esso è facilmente reperibile:
Partiamo da un presupposto fondamentale, a mio parere: ogni corrente di pensiero, intesa come concetti filosofici e/o etico/morali, deve avere un contenitore, soprattutto se questa idea vuole essere condivisa. I problemi in questo tipo di comunicazione sono vari e ampi. Prima di tutto bisogna scegliere come trasportare tale idea; qui si aprono vasti campi: scrittura, musica, teatro, cinema, poesia, fotografia, pittura e chi più ne ha, ne metta. Dopodichè bisognerebbe ragionare sul contesto in cui l’idea galleggia: se il concetto che si vuole esprimere è – esempio stupido – “non drogarti”, allora andranno bene i racconti ambientati durante i nostri tempi, in città o quartieri squallor; ma esistono simili racconti a background sportivo, se si vuole parlare di dopping. Insomma, si fa una scelta di background pertinente all’idea trovata. Logico è che non ambienterò un racconti di droga all’interno di un monastero buddista. O si? Un giallo? Un racconto che racconta di uno spacciatore che si nasconde in un monastero buddista e grazie a ciò che impara si converte e diventa una bravissima persona, nonchè monaco? Come vedete la scelta del background alla fine non è così logica o lapalissiana. Dunque, scelta l’idea di fondo, scelto il metodo di comunicazione e scelto lo sfondo per l’idea (quindi anche il genere, se si tratta di narrazione, ndr), ci manca soltanto un elemento imprescindibile, come già osservato: la forma dell’espressione.
Prendendo un caso a noi vicino, mettiamo di voler scrivere un racconto fantastico o fantasy. Il nostro concetto filosofico verrà inserito all’interno di un mondo fittizio, un mondo possibile o impossibile, ma verosimile e da lì basterebbe scrivere. Detta così la parte più difficile sembrerebbe l’ideazione: sbagliato, in parte. E’ complessivamente tutto difficile: sia l’ideazione che la manifestazione della stessa. Ci sono vari ordini di problemi che ho incontrato, visto che anche io mi sono cimentato in una tale opera di congiungimento fra fantasy e filosofia (intesa come idee, pensiero):
Come inserire i concetti: come punti di vista degli attanti? Come pensiero dei soggetti? Come idee del narratore? O dell’autore?
Dove inserire i concetti: in che punto del libro, in che punto del capitolo o del paragrafo; ma anche in quale luogo diegetico, ovvero punto del racconto: all’inizio, alla fine, in mezzo al punto più dinamico o lontano dalle battaglie/guerre, per esempio.
Quali concetti inserire: solo i nostri o anche quelli di altri punti di vista? Ovvero: guidare il lettore verso la nostra personale visione oppure lasciare aperta l’interpretazione a più punti di vista?
Accanto a questi problemi relazionali tra concetto e racconto, esiste però un altro livello di problemi che è quello tutto formale dello stile:
Che narratore usare? Onniscente od oggettivo? Inserito nel racconto (prima
persona) o al di fuori (terza persona)? Di parte o neutrale?
E il tempo? Scriviamo al presente o al passato? Scriviamo del presente o del passato?Uniamo più livelli temporali, oppure lasciamo che la storia fluisca nel suo normale corso cronologico?
E l’ordine dei fatti? Meramente: fabula o intreccio? Ordine dei fatti come sarebbe nella realtà oppure sovrapposizione di eventi non contemporanei?
Come dividiamo poi la storia? Per episodi o per contenuti tematici? La estendiamo su vari capitoli, diversi libri o ad un mero foglio? E come possiamo dunque adagiare la storia su tale divisione? Come spezzettarla?
A tale ultimo problema credo di aver già dato parte di risposta in quel vecchio post sulla suddivisione di uno scritto. Ma restano comunque un mucchio di problemi: i primi tre a cavallo fra la forma del nostro scritto e la forma che dovrebbe avere il contenuto del testo; altri invece direttamente invischiati nel problema dell’espressione, il cosiddetto stile del racconto. Cercherò di analizzarli, magari, uno per uno più in là . Quello che mi preme ora è una visione generale del problema che coinvolge anche un livello di tematica ancora più elevato: quello fra visione dell’autore e visione del lettore.
Per ogni opera, per ogni autore, esiste un pubblico di lettori. E non credo affatto a coloro che sostengono di scrivere per se, senza interessarsi ad una pubblicazione: loro stessi, mentre scrivono, hanno comunque in testa almeno un lettore che deve rimanere soddisfatto dell’opera: se stessi. Detto ciò, cosa spinge il lettore a leggere ed essere coinvolto dalla lettura?
Prima di tutto bisogna distinguere due generi di opere: quelle che piacciono all’autore ed al lettore e quelle che piacciono all’autore, al lettore ed anche agli altri scrittori. E questo è un punto credo fondamentale: unire critica e pubblico, creare un’opera che si discosti dal genere di alto consumo e bassa qualità (vedi gli Harmony, ndr) ed anche da quelli che hanno altissima qualità , ma una copocchia di spillo per pubblico. L’ideale sarebbe unire medio consumo e media qualità oppure medio consumo ed alta qualità . Il lato del consumo è prettamente della forma dell’espressione; è vero che molta gente afferma che poco le interessa sapere le opinioni di questo o quello scrittore in erba, ma è altrettanto vero che sta allo scrittore nascondere le proprie opinioni in un racconto coninvolgente e scritto in modo comprensibile. Così sfatiamo due miti dello stereotipo fantasy: il fatto che non abbiano contenuto oltre alla storia, ovvero che siano narrative di distrazione, e quello che solo il personaggio può vendere, a dispetto della qualità . L’ultimissimo ordine di problemi su questo fronte è il rapporto con l’editore: autore ed editore devono viaggiare spalla a spalla; oggigiorno anche un autore in erba che fa un buon piazzamento in un concorso riesce a pubblicare qualcosa. Perciò sta anche nella visione concreta del libro l’accattivarsi il pubblico, magari scegliendo adeguata copertina ed interni, un particolare carattere piuttosto che un certo stile d’impaginazione. Questo è possibile soltanto se si ha con l’editore – od oggigiorno con l’editor – un buon rapporto; e se la propria opera può avere oggettivamente riscontro. A mio parere il pubblico da colpire allora non diventerà quello appassionato di Fantasy, quello dei parenti, degli amici o dei sostenitori. Il vero pubblico da acquistare è quello che di Fantasy, o meglio, del genere che volete fare normalmente se ne infischia.
Gli stoici sacrificano alcuni generi di piacere per evitare le infelicità che potrebbero essere provocate da alcune loro passioni. Ecco un tipico esempio di stoicismo per procura:
I Cooper vengono introdotti nello studio del loro dentista, dove Mr. Cooper mette subito in chiaro di avere molta fretta.“Lasci perdere tutta quella roba extra, dottore” gli ordina. “Niente anestetici, iniezioni o cose del genere. Strappi il dente e sia finita.”“Vorrei che molti di più tra i miei pazienti fossero stoici come lei” dice il dentista con ammirazione.” Allora, qual’è il dente?”Mr.Cooper si rivolge alla moglie:”Cara, apri la bocca”.
In aeroplano, seduto sul cilindro della benzina, scaldato il ventre dalla testa dell’aviatore, io sentii l’inanità ridicola della vecchia sintassi ereditata da Omero. Bisogno furioso di liberare le parole, traendole fuori dalla prigione del periodo latino! Questo ha naturalmente, come ogni imbecille, una testa previdente, un ventre, due gambe e due piedi piatti, ma non avrà mai due ali. Appena il necessario per camminare, per correre un momento e fermarsi quasi subito sbuffando!…
Ecco che cosa mi disse l’elica turbinante, mentre filavo a duecento metri sopra i possenti fumaiuoli di Milano. E l’elica soggiunse:
1. Bisogna distruggere la sintassi, disponendo i sostantivi a caso, come nascono.
2. Si deve usare il verbo all’infinito, perché si adatti elasticamente al sostantivo e non lo sottoponga all’io dello scrittore che osserva o immagina. Il verbo all’infinito può, solo, dare il senso della continuità della vita e l’elasticità dell’intuizione che la percepisce.
3. Si deve abolire l’aggettivo perché il sostantivo nudo conservi il suo colore essenziale. L’aggettivo avendo in sé un carattere di sfumatura, è incompatibile con la nostra visione dinamica, poiché suppone una sosta, una meditazione.
4. Si deve abolire l’avverbio, vecchia fibbia che tiene unite l’una all’altra le parole. L’avverbio conserva alla frase una fastidiosa unità di tono.
5. Ogni sostantivo deve avere il suo doppio, cioè il sostantivo deve essere seguìto, senza congiunzione, dal sostantivo a cui è legato per analogia. Esempio: uomo-torpediniera, donna-golfo, folla-risacca, piazza-imbuto, porta-rubinetto.
Siccome la velocità aerea ha moltiplicato la nostra conoscenza del mondo, la percezione per analogia diventa sempre più naturale per l’uomo. Bisogna dunque sopprimere il come, il quale, il così, il simile a. Meglio ancora, bisogna fondere direttamente l’oggetto coll’immagine che esso evoca, dando l’immagine in iscorcio mediante una sola parola essenziale.
6. Abolire anche la punteggiatura. Essendo soppressi gli aggettivi, gli avverbi e le congiunzioni, la punteggiatura è naturalmente annullata, nella continuità varia di uno stile vivo, che si crea da sé, senza le soste assurde delle virgole e dei punti. Per accentuare certi movimenti e indicare le loro direzioni, s’impiegheranno i segni della matematica: +–x: = > <, e i segni musicali.
7. Gli scrittori si sono abbandonati finora all’analogia immediata. Hanno paragonato per esempio l’animale all’uomo o ad un altro animale, il che equivale ancora, press’a poco, a una specie di fotografia. Hanno paragonato per esempio un fox-terrier a un piccolissimo puro-sangue. Altri, più avanzati, potrebbero paragonare quello stesso fox-terrier trepidante, a una piccola macchina Morse. Io lo paragono, invece, a un’acqua ribollente. V’è in ciò una gradazione di analogie sempre più vaste, vi sono dei rapporti sempre più profondi e solidi, quantunque lontanissimi.
L’analogia non è altro che l’amore profondo che collega le cose distanti, apparentemente diverse ed ostili. Solo per mezzo di analogie vastissime uno stile orchestrale, ad un tempo policromo, polifonico e polimorfo, può abbracciare la vita della materia.
Quando, nella mia Battaglia di Tripoli, ho paragonato una trincea irta di baionette a un’orchestra, una mitragliatrice a una donna fatale, ho introdotto intuitivamente una gran parte dell’universo in un breve episodio di battaglia africana.
Le immagini non sono fiori da scegliere e da cogliere con parsimonia, come diceva Voltaire. Esse costituiscono il sangue stesso della poesia. La poesia deve essere un seguito ininterrotto d’immagini nuove, senza di che non è altro che anemia e clorosi.
Quanto più le immagini contengono rapporti vasti, tanto più a lungo esse conservano la loro forza di stupefazione. Bisogna – dicono – risparmiare la meraviglia del lettore. Eh! via! Curiamoci, piuttosto, della fatale corrosione del tempo, che distrugge non solo il valore espressivo di un capolavoro, ma anche la sua forza di stupefazione. Le nostre orecchie troppe volte entusiaste non hanno forse già distrutto Beethoven e Wagner? Bisogna dunque abolire nella lingua ciò che essa contiene in fatto d’immagini stereotipate, di metafore scolorite, e cioè quasi tutto.
8. Non vi sono categorie d’immagini, nobili o grossolane, eleganti o volgari, eccentriche o naturali. L’intuizione che le percepisce non ha né preferenze né partiti-presi. Lo stile analogico è dunque padrone assoluto di tutta la materia e della sua intensa vita.
9. Per dare i movimenti successivi d’un oggetto bisogna dare la catena delle analogie che esso evoca, ognuna condensata, raccolta in una parola essenziale.
Ecco un esempio espressivo di una catena di analogie ancora mascherate e appesantite dalla sintassi tradizionale.
«Eh sì! voi siete, piccola mitragliatrice, una donna affascinante, e sinistra, e divina, al volante di un’invisibile centocavalli, che rugge con scoppi d’impazienza. Oh! certo, fra poco balzerete nel circuito della morte, verso il capitombolo fracassante o la vittoria!… Volete che io vi faccia dei madrigali pieni di grazia e di colore? A vostra scelta, signora… Voi somigliate, per me, a un tribuno proteso, la cui lingua eloquente, instancabile, colpisce al cuore gli uditori in cerchio, commossi… Siete in questo momento, un trapano onnipotente, che fora in tondo il cranio troppo duro di questa notte ostinata… Siete, anche, un laminatoio, un tornio elettrico, e che altro? Un gran cannello ossidrico che brucia, cesella e fonde a poco a poco le punte metalliche delle ultime stelle!…» (Battaglia di Tripoli.)
In certi casi bisognerà unire le immagini a due a due, come le palle incatenate, che schiantano, nel loro volo tutto un gruppo d’alberi.
Per avviluppare e cogliere tutto ciò che vi è di più fuggevole e di più inafferrabile nella materia, bisogna formare delle strette reti d’immagini o analogie, che verranno lanciate nel mare misterioso dei fenomeni. Salvo la forma a festoni tradizionale, questo periodo del mio Mafarka il futurista è un esempio di una simile fitta rete d’immagini:
«Tutta l’acre dolcezza della gioventù scomparsa gli saliva su per la gola, come dai cortili delle scuole salgono le grida allegre dei fanciulli verso i vecchi maestri affacciati al parapetto delle terrazze da cui si vedono fuggire sul mare i bastimenti…».
Ed ecco ancora tre reti d’immagini:
«Intorno al pozzo della Bumeliana, sotto gli olivi folti, tre cammelli comodamente accovacciati nella sabbia si gargarizzavano dalla contentezza, come vecchie grondaie di pietra, mescolando il ciac-ciac dei loro sputacchi ai tonfi regolari della pompa a vapore che dà da bere alla città. Stridori e dissonanze futuriste, nell’orchestra profonda delle trincee dai pertugi sinuosi e dalle cantine sonore, fra l’andirivieni delle baionette, archi di violini che la rossa bacchetta del tramonto infiamma di entusiasmo E il tramonto-direttore d’orchestra, che con un gesto ampio raccoglie i flauti sparsi degli uccelli negli alberi, e le arpe lamentevoli degli insetti, e lo scricchiolio dei rami, e lo stridio delle pietre. È lui che ferma a un tratto i timpani delle gamelle e dei fucili cozzanti, per lasciar cantare a voce spiegata sull’orchestra degli strumenti in sordina, tutte le stelle dalle vesti d’oro, ritte, aperte le braccia, sulla ribalta del cielo. Ed ecco una gran dama allo spettacolo… Vastamente scollacciato, il deserto infatti mette in mostra il suo seno immenso dalle curve liquefatte tutte verniciate di belletti rosei sotto le gemme crollanti della prodiga notte». (Battaglia di Tripoli.)
10. Siccome ogni specie di ordine è fatalmente un prodotto dell’intelligenza cauta e guardinga, bisogna orchestrare le immagini disponendole secondo un maximum di disordine.
11. Distruggere nella letteratura l’«io», cioè tutta la psicologia. L’uomo completamente avariato dalla biblioteca e dal museo, sottoposto a una logica e ad una saggezza spaventose, non offre assolutamente più interesse alcuno. Dunque, dobbiamo abolirlo nella letteratura, e sostituirlo finalmente colla materia, di cui si deve afferrare l’essenza a colpi d’intuizione, la qual cosa non potranno mai fare i fisici né i chimici.
Sorprendere attraverso gli oggetti in libertà e i motori capricciosi la respirazione, la sensibilità e gl’istinti dei metalli, delle pietre, del legno, ecc. Sostituire la psicologia dell’uomo, ormai esaurita, con l’ossessione lirica della materia.
Guardatevi dal prestare alla materia i sentimenti umani, ma indovinate piuttosto i suoi differenti impulsi direttivi, le sue forze di compressione, di dilatazione, di coesione e di disgregazione, le sue torme di molecole in massa o i suoi turbini di elettroni. Non si tratta di rendere i drammi della materia umanizzata. È la solidità di una lastra d’acciaio, che c’interessa per se stessa cioè l’alleanza incomprensibile e inumana delle sue molecole o dei suoi elettroni, che si oppongono, per esempio, alla penetrazione di un obice. Il calore di un pezzo di ferro o di legno è ormai più appassionante, per noi, del sorriso o delle lagrime di una donna.
Noi vogliamo dare, in letteratura, la vita del motore, nuovo animale istintivo del quale conosceremo l’istinto generale allorché avremo conosciuti gl’istinti delle diverse forze che lo compongono.
Nulla è più interessante, per un poeta futurista, che l’agitarsi della tastiera di un pianoforte meccanico. Il cinematografo ci offre la danza di un oggetto che si divide e si ricompone senza intervento umano. Ci offre anche lo slancio a ritroso di un nuotatore i cui piedi escono dal mare e rimbalzano violentemente sul trampolino. Ci offre infine la corsa d’un uomo a 200 chilometri all’ora. Sono altrettanti movimenti della materia, fuor dalle leggi dell’intelligenza e quindi di una essenza più significativa.
Bisogna inoltre rendere il peso (facoltà di volo) e l’odore (facoltà di sparpagliamento) degli oggetti, cosa che si trascurò di fare, finora, in letteratura. Sforzarsi di rendere per esempio il paesaggio di odori che percepisce un cane. Ascoltare i motori e riprodurre i loro discorsi.
La materia fu sempre contemplata da un io distratto, freddo, troppo preoccupato di se stesso, pieno di pregiudizi di saggezza e di ossessioni umane.
L’uomo tende a insudiciare della sua gioia giovane o del suo dolore vecchio la materia, che possiede un’ammirabile continuità di slancio verso un maggiore ardore, un maggior movimento, una maggiore suddivisione di se stessa. La materia non è né triste né lieta. Essa ha per essenza il coraggio, la volontà e la forza assoluta. Essa appartiene intera al poeta divinatore che saprà liberarsi dalla sintassi tradizionale, pesante, ristretta, attaccata al suolo, senza braccia e senza ali perché è soltanto intelligente. Solo il poeta asintattico e dalle parole slegate potrà penetrare l’essenza della materia e distruggere la sorda ostilità che la separa da noi.
Il periodo latino che ci ha servito finora era un gesto pretenzioso col quale l’intelligenza tracotante e miope si sforzava di domare la vita multiforme e misteriosa della materia. Il periodo latino era dunque nato morto.
Le intuizioni profonde della vita congiunte l’una all’altra, parola per parola, secondo il loro nascere illogico, ci daranno le linee generali di una psicologia intuitiva della materia. Essa si rivelò al mio spirito dall’alto di un aeroplano. Guardando gli oggetti, da un nuovo punto di vista, non più di faccia o per di dietro, ma a picco, cioè di scorcio, io ho potuto spezzare le vecchie pastoie logiche e i fili a piombo della comprensione antica.
Voi tutti che mi avere amato e seguìto fin qui, poeti futuristi, foste come me frenetici costruttori d’immagini e coraggiosi esploratori di analogie. Ma le vostre strette reti di metafore sono disgraziatamente troppo appesantite dal piombo della logica. Io vi consiglio di alleggerirle, perché il vostro gesto immensificato possa lanciarle lontano, spiegate sopra un oceano più vasto.
Noi inventeremo insieme ciò che io chiamo l’immaginazione senza fili. Giungeremo un giorno ad un’arte ancor più essenziale, quando oseremo sopprimere tutti i primi termini delle nostre analogie per non dare più altro che il seguito ininterrotto dei secondi termini. Bisognerà, per questo, rinunciare ad essere compresi. Esser compresi, non è necessario. Noi ne abbiamo fatto a meno, d’altronde, quando esprimevamo frammenti della sensibilità futurista mediante la sintassi tradizionale e intellettiva.
La sintassi era una specie di cifrario astratto che ha servito ai poeti per informare le folle del colore, della musicalità, della plastica e dell’architettura dell’universo. La sintassi era una specie d’interprete o di cicerone monotono. Bisogna sopprimere questo intermediario, perché la letteratura entri direttamente nell’universo e faccia corpo con esso.
Indiscutibilmente la mia opera si distingue nettamente da tutte le altre per la sua spaventosa potenza di analogia. La sua ricchezza inesauribile d’immagini uguaglia quasi il suo disordine di punteggiatura logica. Essa mette capo al primo manifesto futurista, sintesi di una 100 HP lanciata alle più folli velocità terrestri.
Perché servirsi ancora di quattro ruote esasperate che s’annoiano, dal momento che possiamo staccarci dal suolo? Liberazione delle parole, ali spiegate dell’immaginazione, sintesi analogica della terra abbracciata da un solo sguardo e raccolta tutta intera in parole essenziali.
Ci gridano: «La vostra letteratura non sarà bella! Non avremo più la sinfonia verbale, dagli armoniosi dondolii, e dalle cadenze tranquillizzanti!». Ciò è bene inteso! E che fortuna! Noi utilizziamo, invece, tutti i suoni brutali, tutti i gridi espressivi della vita violenta che ci circonda. Facciamo coraggiosamente il «brutto» in letteratura, e uccidiamo dovunque la solennità. Via! non prendete di queste arie da grandi sacerdoti, nell’ascoltarmi! Bisogna sputare ogni giorno sull’Altare dell’Arte! Noi entriamo nei domini sconfinati della libera intuizione. Dopo il verso libero, ecco finalmente le parole in libertà!
Non c’è, in questo, niente di assoluto né di sistematico. Il genio ha raffiche impetuose e torrenti melmosi. Esso impone talvolta delle lentezze analitiche ed esplicative. Nessuno può rinnovare improvvisamente la propria sensibilità. Le cellule morte sono commiste alle vive. L’arte è un bisogno di distruggersi e di sparpagliarsi, grande innaffiatoio di eroismo che inonda il mondo. I microbi – non lo dimenticate – sono necessari alla salute dello stomaco e dell’intestino. Vi è anche una specie di microbi necessaria alla vitalità dell’arte, questo prolungamento della foresta delle nostre vene, che si effonde, fuori dal corpo, nell’infinito dello spazio e del tempo.
Poeti futuristi! Io vi ho insegnato a odiare le biblioteche e i musei, per prepararvi a odiare l’intelligenza, ridestando in voi la divina intuizione, dono caratteristico delle razze latine. Mediante l’intuizione, vinceremo l’ostilità apparentemente irriducibile che separa la nostra carne umana dal metallo dei motori.
Dopo il regno animale, ecco iniziarsi il regno meccanico. Con la conoscenza e l’amicizia della materia, della quale gli scienziati non possono conoscere che le reazioni fisico-chimiche, noi prepariamo la creazione dell’uomo meccanico dalle parti cambiabili. Noi lo libereremo dall’idea della morte, e quindi dalla morte stessa, suprema definizione dell’intelligenza logica. (f. t. m.)
Facciamoci un poco i cavoli miei: in questo febbraio mi sono eclissato dal blog per dedicarmi allo studio e anche per scrivere un poco, oltre che a leggere. Leggo il Silmarillion, scrivo racconti. Inoltre sto mettendo in coda un bel po’ di critiche musicali di album da pubblicare sull’altro blog, ora ancora in gestazione: l’idea è quella di scrivere una decina di analisi e poi di pubblicarne una alla volta, cercando nello stesso tempo, quando avrò tempo, di scriverne altre. Inoltre sto valutando ipotesi di partecipazione a concorsi e sto svilluppando idee nuove che mi entusiasmano molto. Oltre a ciò c’è anche l’occupazione più reale del solito del gioco di ruolo cartaceo: si sta cercando fra amici di creare un gruppo che si occupi finalmente e realmente di GDR – il senso di questa frase vedrà luce piena fra un bel po’, oppure non lo vedrà. Di poesie per ora non ne pubblico. Non perchè non ne abbia o perchè ogni volta che le pubblico le visite calano drasticamente (XD, non è vero), ma perchè sono personali, forse troppo; o impersonali, anch’esse troppo.
Rimango comunque in ambito fantastico. La lettura del Silmarillion ha suscitato in me nostalgia e amore spassionato per quelle cose che un tempo riempivano il mio hobby fantastico: la creazione linguistica, culturale e geografica (?) delle etnie. In breve: lingua, cultura e (la mitica & immancabile & imprescendibile) mappa. Se devo dire la verità, mi sto esaltando: se all’epoca (cinque, sei anni fa) a stento riuscivo a creare qualcosa graficamente e linguisticamente, ora con le conoscenze accumulate in Università, con il dizionario delle Lingue Elfiche di Tolkien affianco e un po’ di aiuto di internet, la questione si fa interessante. Nulla a che vedere con ciò che ha fatto il Maestro: anzi, in realtà sto cercando proprio di mantenere solo qualche struttura di base, di prendere spunto per qualche contenuto ed il resto viene molto differente, a causa anche del fatto che, a differenza di Tolkien, ho ideato prima delle scalette per delle opere e soltanto in seguito mi è parsa ottima l’idea di un concept background socioetnico di razze improbabili. I risultati si vedranno? Non si vedranno? “Non so ma per ora mi piace”.
Tutti gli aspetti sono inoltre affrontati anche da Tolkien, il che vuol dire che posso osservare come Lui li affronta a adeguarmi, di conseguenza. Poi sulle mappe: ho ampia esperienza. Mi ricordo un episodio che vi ripropongo e che capitò a me ed ai miei amici. Durante la creazione di una nostra personale ambientazione per D&D, qualcuno ebbe la malsana idea di creare un pianeta da zero perchè un continente era troppo poco, non mi ricordo chi lo propose. Sta di fatto che, durante un summit tra me ed un mio amico proprio per costruire tale mondo, ci si accorse che c’era un enorme problema: incuranti delle proporzioni e delle più basilari leggi fisiche, avevamo tracciato a caso monti, fiumi, laghi, città e quant’altro scoprendo solo più tardi che, in quelle dimensioni, avevamo monti altri circa ventimila metri (?), fiumi grandi quanto lo stretto di Gibilterra a sorgente (chissà al delta quanto erano enormi) e metropoli della grandezza di due New York. Inutile dire che fu tutto risolto con una risata ed un “Ok, forse è meglio mettere da parte l’idea”.
A parte questi oscuri aneddoti, dalle mie parti ogni volta che si masterizzava (non un CD, una storia di D&D) i vari Masters utilizzavano spesso mappe ed ambientazioni differenti, a volte inventandosi anche una storia alle spalle, a volte tracciando quattro segmenti in croce; altre appoggiandosi a manuali di ambientazioni creati dalla stessa Wizard of the Coast, la patron di D&D (del quale è uscita la Quarta Edizione poco tempo fa). Sembra che anche gli scrittori si immedesimino un poco in questo ruolo di Dio Padre/Dio Madre/Dio Figlio e creino a piacere mappe, più o meno riuscite. Cito solo alcune: quella di Earthsea, molto interessante e graficamente mediocre nell’edizione dei cinque romanzi uniti; quella di Eragorn/Eldest/Brisinger, che in realtà non ha granchè, risolvendo l’enorme problema dello spazio con un bel gran deserto centrale; quella delle Cronache di Dragonlance, con il Nuovo Mare a forma di Italia (della serie “Paese inutile, sommergiamolo!”) e quella della nostrana Licia Troisi. Sopra a tutti gli altri, le mappe di Tolkien: signori credo che siano le migliori, come concezione (anche se so che Tolkien stesso ne ha disegnate alcune formidabili) rispetto alle altre, anche per via del Silmarillion e di altri racconti, che riescono maggiormente ad unire il luogo alla storia, narrando la storia della creazione di quel luogo, piuttosto del passaggio in quel posto del tal personaggio. Così quando nel Signore degli Anelli si entra in Moria, i lettori ignoranti (che non conoscono il resto del mondo di Tolkien) si godono descrizioni e aneddoti di Gandalf mentre quelli che hanno letto ciò che sta dietro a Moria fremono di sapere come è cambiata. A mio parere le cose stanno così.
Per quanto riguarda la creazione di lingue e quindi anche di culture, i problemi non sono pochi. Ho tentato di addentrarmi in territori sconosciuti e di inserire un poco di originalità nelle lingue create e spero di esserci riuscito, anche perchè le lingue che ora come ora si creano per i fantasy raramente hanno una loro dignità al pari dell’Elfico Quenta che è una vera e propria lingua a se stante. C’è da notare come postilla a questo discorso la particolarità dei romanzi di Harry Potter: non hanno mappe e non hanno lingue nuove; il che, da una parte, è giustificato dal fatto che il mondo di Potter è come una realtà parallela al nostro e prende spunto dal mondo reale; d’altra parte, l’assenza di cartine e lingue, ma di culture nuove, rende il lettore inserito maggiormente all’interno del nuovo mondo e conferisce a questo un certo charme dettato dalla curiosità del lettore. E’ una soluzione in parte geniale ed in parte necessaria.
L’idea però di mischiare la creazione di culture alla Harry Potter e di lingue e mappe alla Tolkien mi sta allettando: nuovi usi e costumi da una parte e dall’altra luoghi e lingue dalle quali derivano le stesse tradizioni, in una influenza reciproca fra di loro. Immane sforzo; inutile? Solo il tempo lo dirà. A proposito di tempo, in questi giorni ho sentito un augurio tra i più singolari, veritieri e a mio parere migliori: il cantante italiano Nek, in visita al Loft di X Factor ha augurato ai partecipanti di avere tempo per fare. Ottimo augurio, davvero. Spirito Giovane a.k.a. Daniele
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Con Amedeo VIII ha inizio il secondo periodo della storia della Casa di Savoia, caratterizzato dalla influenza francese sulle cose d’Italia.
Il governo di questo principe, durato circa sessant’anni, fu uno dei più gloriosi per la dinastia, e diede ai sudditi di essa un lungo periodo di pace e di generale prosperità.
Nato a Chambéry il 4 settembre 1383, il figlio del Conte Rosso ne rimase successore all’età di otto anni. La nonna, Bona di Bordone, e la madre del piccolo principe, Bona di Berry, si contesero aspramente il diritto alla reggenza dello Stato, a cui Bona di Borbone non voleva rinunciare, avendo già per disposizione testamentaria del marito la tutela del bimbo.
Il re di Francia Carlo VI interpose infine la sua mediazione, e aggiudicò la reggenza alla madre anzichè alla vedova del defunto Conte di Savoia, stabilendo che ella dovesse essere assistita da un consiglio composto di principi della famiglia, di giureconsulti e di prelati. Bona di Borbone fu quindi reggente fino al 1398, cioè fino a quando Amedeo VIII ebbe compiuti i quindici anni.
Egli si trovò prestissimo in conflitto, come i suoi predecessori, con i marchesi di Saluzzo, per la solita questione dell’omaggio feudale, che essi rifiutavano di prestare a ciascun nuovo Conte di Savoia, e che ora ai Savoia premeva più che mai, anche a maggiore sicurezza della contea di Nizza recentemente acquistata. Si venne alle armi; Tomaso di Saluzzo subì una grave sconfitta a Monasterolo, nel 1394, e fu tenuto prigioniero a Torino per circa due anni. Nel 1412 la guerra ricominciò, e durò ancora per più di un anno, finchè il Saluzzese si rassegnò a fare atto di sudditanza verso Amedeo VIII.
Questi si dedicò poi ad abili negoziati per aumentare i suoi territori, ai quali riuscì ad aggiungere anzitutto il Genevese, che costituiva la sola grave soluzione di continuità ancora esistente nel suo Stato di là dalle Alpi, e che ottenne da Oddone di Villars (erede dei Conti di Ginevra), parte in virtù di antiche ragioni di superiorità, e parte a prezzo d’oro. Acquistò poi metà della giurisdizione del vescovo di Belley, nella quale questo prelato lo volle associato per esser difeso contro i signori e contro il popolo, a lui ugualmente avversi, e la sudditanza degli Arborii, degli Avogadri, dei Roasenda, degli Alciati e di altri nobili, nonchè quella di parecchie terre del Vercellese, che, stanche del malgoverno dei Visconti, gli si sottomisero spontaneamente. Pietro e Ranieri Lascaris gli fecero omaggio di Briga e di Limone, e questo acquisto ebbe notevole importanza perchè agevolò ai Sabaudi il passo del Colle di Tenda; Luca ed Antonio Grimaldi, signori di Monaco, gli cedettero nel 1418 la città di Mentone.
In quello stesso anno, Amedeo VIII fece un acquisto più considerevole di tutti gli altri: quello del Piemonte, la cui sovranità da Filippo principe d’Acaia era passata al suo primogenito Giacomo e da questo al figlio Amedeo, che l’aveva trasmessa al fratello Lodovico. Morto quest’ultimo senza prole, e spentasi così la linea dei Savoia di Piemonte-Acaia, l’importante provincia piemontese, accresciuta di tutti gli acquisti fatti da quei principi, ritornò alla Casa di Savoia per diritto di riversibilità e di eredità. Infine Amedeo VIII potè aggiungere ai propri domini, oltre ad altri minori, la città di Vercelli (cedutagli nel 1427 dal Duca di Milano, perchè si staccasse dalla lega formata coi Veneziani e coi Fiorentini a danno dei Visconti), e la città di Chivasso con altre terre, avute da Giangiacomo, marchese di Monferrato. Così Amedeo formò con le antiche e le nuove province uno Stato assai vasto, che si estendeva dal lago di Neuchàtel alla Sesia, e dall’estremità del Lemano al Mare Tirreno.
Egli era stato fidanzato all’età di tre anni a Maria di Borgogna, allora lattante, e l’aveva poi sposata nel 1401. Avuta da quella principessa una figlia, Maria, la diede in moglie al Duca di Milano, Filippo Maria Visconti.
Del resto, il governo di questo principe fu ordinatissimo in tutto e per tutto. Egli non prendeva mai alcuna risoluzione, se non dopo matura riflessione. Quando si trattava di affari gravi, raddoppiava, quadruplicava il numero dei suoi consiglieri. In certi casi, per gli affari pubblici, interrogava i tre Stati (Clero, Nobiltà e Popolo), le cui regolari assemblee erano cominciate durante la reggenza.
Una delle opere principali di Amedeo VIII fu certamente la legislazione nuova ch’egli diede ai propri Stati, nei quali le controversie solevano essere giudicate senza un fondamento costante di diritto, mentre si seguivano confusamente le vecchie leggi feudali, le consuetudini e la legge romana che cominciava a diffondersi. Nel 1430 egli promulgò un organico corpo di leggi, col titolo di Statuta Sabaudiae, nel quale furono anche determinate le attribuzioni diverse delle varie cariche dello Stato. Stabilì inoltre la precedenza delle cause dei poveri con patrocinio gratuito.
Provvide inoltre Amedeo VIII a moderare le eccessive pretese del clero, che anche negli Stati della Casa di Savoia, come negli altri, cercava continuamente di usurpare diritti o attribuzioni del potere sovrano.
Frattanto era stato eletto imperatore il re d’Ungheria Sigismondo (1411). Questi transitò per la Savoia nel 1416, e Amedeo l’accolse con grandissima pompa in Chambéry. Appunto in quell’anno, e in quell’occasione, il 19 febbraio, l’imperatore investì del titolo ducale i Conti di Savoia, ai quali confermò la dignità e le prerogative di vicari imperiali, che erano già state conferite loro al tempo di Amedeo VI. Dal canto suo, il Duca Amedeo VIII, che ebbe, come scrisse il Cibrario, « l’istinto unificatore della propria Casa », istituì alcuni titoli che, dopo di lui, rimasero nella dinastia e che si ripeterono fino al regno di Vittorio Emanuele III.
Il 15 agosto 1424 egli conferì il titolo di Principe di Piemonte al suo primogenito Amedeo, nato nel 1412. Questo suo figlio ebbe vita assai breve. Nel 1431, mandato con numerose milizie ad incontrare l’imperatore Sigismondo (che scendeva in Italia per arginarvi la crescente potenza di Venezia, della quale anche Amedeo VIII si preoccupava assai) morì per una indigestione di frutta. Amedeo, che già aveva subito, provandone profondo dolore, la perdita della moglie nel 1422, soffrì immensamente per quella nuova sventura.
Per di più, il destino gli fu avverso nella guerra intrapresa dal 1430, insieme col principe d’Orange e coi duca di Borgogna, per impadronirsi del Delfinato mentre in Francia infierivano guerre intestine. Sconfitto gravemente ad Anthon, corse anche pericolo di annegare, nell’attraversare il Rodano a nuoto per non rimanere prigioniero; e questo ed altri avvenimenti, non esclusa la peste che poco prima aveva desolato il Piemonte e specialmente Torino, tanto lo impressionarono, aggiungendosi alle sciagure domestiche, da renderlo inguaribilmente triste e da spingerlo a cercar rifugio e consolazione nelle meditazioni religiose. In queste condizioni di spirito lo sorprese l’atto insano di un nobile della Bresse, Gallo di Sure, che, per ambizioni sue insoddisfatte o per qualche altra ragione rimasta ignota, gli tese un agguato per pugnalarlo, presso Thonon. Egli sfuggì soltanto per caso ai colpi di quel ribelle, che fu poi decapitato a Chambéry, e dopo questo fatto decise di “dedicarsi a Dio”.
Il 7 novembre 1433, comunicò la sua risoluzione all’assemblea dei prelati e dei signori della Savoia, e senza abdicare rimise il governo dello Stato al suo secondogenito Lodovico, nato in Ginevra il 24 febbraio 1402. Poi si ritirò in un eremo presso Ripaglia, con sei cavalieri della sua Corte, ch’erano anche suoi consiglieri, i quali presero insieme con lui l’abito monacale.
Così ebbe origine l’Ordine Mauriziano, che allora fu denominato dei Cavalieri romiti di San Maurizio, dal nome del santo protettore dei re di Borgogna e della Casa di Savoia. Quest’Ordine, pure avendo carattere religioso, fu da principio un vero e proprio Consiglio di Stato. Infatti Amedeo, che non aveva affatto rinunciato alla sovranità, continuò a dirigere dall’eremo gli affari più importanti del Ducato, consultando, per le decisioni gravi, i suoi sei compagni di romitaggio, tutti celibi o vedovi, tutti attempati, esperti nell’arte di governare e nella diplomazia del tempo. Continuò anche ad esercitare una certa autorità negli affari d’Europa, e forse fu realmente (come asserisce qualche storico) mediatore fra l’Inghilterra, la Francia e il duca di Borgogna nella pace di Arras, che liberò la Francia dagl’Inglesi.
Si hanno curiosi ed interessanti particolari sul singolare Consiglio di Stato del primo duca sabaudo. Quegli eremiti non pronunciavano alcun voto, ma si riunivano ad ore fisse nella chiesa del convento di Sant’Agostino, per gli offici divini, e due volte alla settimana in una sala, presso Amedeo VIII, per trattare le questioni politiche. Indossavano una tonaca grigia con mantellina e cappuccio, portavano lunghi capelli e la barba e si appoggiavano ad un lungo bastone, ricurvo ad un’estremità come un pastorale. Una croce d’oro simile a quella dei vescovi pendeva loro sul petto, unico segno di distinzione. Amedeo VIII teneva rigorosamente a quell’abito ed alla propria barba fluente. La mensa in comune dei cavalieri eremiti, senza essere splendida era rispondente alla loro condizione, alle loro abitudini e all’età loro.
Il duca, che si faceva chiamare il Decano, aveva seicento fiorini per le proprie spese; i suoi compagni ne avevano duecento. Ciascuno di essi abitava in una casetta isolata in mezzo ad un piccolo giardino ed era servito da famigliari. Amedeo VIII aveva un’abitazione sontuosa ed una numerosa servitù, cosicchè l’Ordine non aveva nulla di eremitico, salvo nient’altro che la consuetudine delle lunghe preghiere in comune e la severissima regolarità del sistema di vita.
Sebbene Amedeo, pur conducendo vita monastica, avesse ancora molta ingerenza nelle cose d’Italia, ed anche in quelle d’Europa, la sua vita politica non avrebbe più lasciato tracce nella storia, se inaspettatamente, nel 1439, il Concilio di Basilea (in seguito ad una lunga e complicata contesa, e riaprendo nella Chiesa cattolica uno scisma che era già durato quarant’anni e che soltanto da ventidue era stato composto dal Concilio di Costanza) non lo avesse proclamato papa, senza che fosse mai stato prete, dopo aver condannato come eretico Eugenio IV.
Alcuni storici affermano che Amedeo VIII fu assai riluttante ad accettare la tiara, aborrendo dall’idea di contenderla ad Eugenio IV e di veder continuare le discordie che straziavano la Chiesa. Altri invece gli rimproverano di avere aspirato alla dignità papale e di aver brigato per conseguirla.
Il Cibrario dice : «Questo gran principe ebbe il torto di desiderare il papato, e di accettarlo dopo la deposizione di Eugenio IV, fatta dal Concilio di Basilea illegalmente perché fuori dei casi di quella estrema necessità che aveva giustificato simili rimedi adoperati dai Concilii di Pisa e di Costanza ». Comunque, nell’accettare il pontificato, Amedeo VIII ebbe questa attenuante, riconosciutagli dalla storia: – mentre dalla parte del papa di Roma Eugenio IV stavano la corruzione e gli abusi, dall’altra parte, cioè da quella del Concilio di Basilea, che aveva eletto l’antipapa, stava un lodevole spirito di riforma e di purificazione. E pare d’altronde ch’egli realmente si proponesse di ritornare al suo eremo non appena fosse riuscito a ristabilire la pace nella Chiesa.
Salutato pontefice dagli ambasciatori del Concilio, col nome di Felice V, da lui scelto, il duca di Savoia abdicò totalmente, in favore del figlio Lodovico e si recò a Basilea, dove entrò solennemente il 4 giugno 1440. Enea Silvio Piccolomini, allora segretario del Concilio e più tardi papa a sua volta, così descrisse il pontefice contrapposto a quello di Roma « Giunse sul nascer del giorno Felice papa eletto, con veneranda canizie, aspetto dignitoso, e spirante da tutto il volto una prudenza singolare; di statura mediocre, di fattezze tanto belle quanto le può comportar la vecchiezza; bianco di carni e di pelo, lento e breve nel favellare ».
In quell’occasione erano convenute a Basilea non meno di cinquantamila persone. Felice V celebrò la sua prima messa con grande pompa, e la cerimonia finì con un’imponente processione.
Naturalmente Eugenio IV, da Firenze, nuova sede (dopo Ferrara) del suo Concilio, scagliò la scomunica contro Amedeo di Savoia, e la Chiesa fu divisa da uno scisma che durò dieci anni.
In questo periodo, Amedeo fece il papa quanto meglio potè. Quantunque più che cinquantenne studiò ed imparò perfettamente il latino, tanto da parlarlo correntemente. Stette per quasi due anni a Basilea, indi passò a Losanna con alcuni cardinali, mentre gli altri, compresi quelli creati da lui, rimanevano a continuare il Concilio, che si sciolse nel maggio del 1442.
Dalla parte di Felice V si schierarono tutti gli avversari degli abusi e dei disordini ecclesiastici; ma Eugenio IV distribuiva così largamente favori e privilegi, che la maggiore influenza rimase a lui, tanto nel campo ecclesiastico che in quello politico.
Il clero francese rimase obbediente ad Eugenio IV; Carlo VII non prese parte nè per l’uno nè per l’altro dei due papi; Federico d’Austria, successore dell’imperatore Sigismondo, fece dei tentativi per la pacificazione della Chiesa, nei quali però fu più fortunato il re di Francia. Questi infatti, essendo morto nel 1447 Eugenio IV, ed essendo stato eletto in sua vece, dai cardinali di Roma, il nuovo papa Nicola V, si mise di mezzo per far cessare lo scisma, e indusse facilmente Felice ad adattarsi alla rinuncia al pontificato e a riconoscere l’autorità dell’eletto di Roma.
Fu convenuto che Amedeo di Savoia abdicherebbe volontariamente, davanti ad un concilio da lui stesso convocato, e che allora verrebbero dichiarate nulle e come non avvenute le scomuniche lanciate contro di lui e contro i cardinali creati da lui, i quali sarebbero riconosciuti legittimi. La cessazione dallo scisma fu celebrata con grande solennità (1449).
Amedeo non fu detto antipapa, ma già papa Felice V. Nicola V lo nominò cardinale, vescovo di Sabina, legato a vicario apostolico a «primo principe dalla Chiesa dopo il sovrano pontefice». Al Duca di Savoia rimase anche il vescovado di Ginevra, cha nel 1444, mentre era papa, la città stessa gli aveva conferito.
Ma egli ritornò nella tranquillità dal suo eremo di Ripaglia, dopo aver dimostrato di preferire alla propria ambizione la pace dalla Chiesa, a d’altronde sopravvisse soltanto diciotto mesi alla sua grande rinuncia. Morì infatti in Ginevra il 7 gennaio 1451, a fu solennemente tumulato in Ripaglia. Più tardi, le sua ossa vennero trasportata nella cattedrale di Torino, dove infine vennero onorata con un grandioso monumento nella cappella dal Sudario, eretto per volere del re Carlo Alberto.
Come i suoi predecessori, Amedeo VIII fu fondatore di chiese a di conventi. Fu inoltre, coma già abbiamo detto, istitutore di dignità e di titoli, eresse il Piemonte in principato, e, protettore degli studi come delle arti, concesse privilegi ed onori speciali all’Università di Torino, fondata nel 1404 dall’ultimo principe d’Acaia, Lodovico V.
Dal tempo di Amedeo VIII in poi, sulle moneta coniata dai principi della Casa di Savoia si legge il motto FERT, che diede luogo ad interpretazioni diversissime, fra cui quella secondo la quale le quattro lettere sarebbero iniziali delle parole Fortitudo Ejus Rhodum Tenuit, alludenti ad un fatto storicamente insussistente, cioè che il Conte di Savoia Amedeo VI si fosse impadronito di Rodi.
In realtà quella parola, o quell’insieme di iniziali, non è che l’espressione di uno dai tanti motti d’arme in uso in quell’epoca, e si trova sulla tomba di Tomaso I di Savoia, morto nel 1233, ossia molto tempo prima cha Amedeo VI si recasse in Oriente. « A quei tempi, dice in proposito il Cibrario, compare nel Collare anche la parola misteriosa FERT, che io ho creduto potersi spiegare nel suo senso letterale, poichè tutta le altra interpretazioni sono favolose od arbitrarie. Paragonando colla impresa dei nodi, a con la consacrazione dell’Ordine ai gaudi di Maria, io compio la frase e spiego : porta i nodi della fede giurata a Maria. Ecco una emprise simile alle tante altre che si usavano a quall’età in argomenti sacri a profani : un segno materiale di voto o promessa solenne ».
Dei nove figli che il primo Duca di Savoia ebbe da Maria di Borgogna, tre soli vissero oltre l’adolescenza : Lodovico, che successe al padre; Margherita, che sposò Luigi III d’Angiò, re di Sicilia, a poi, rimasta vedova, Luigi di Wittelsbach, duca di Baviera; Maria, che sposò Filippo Maria Visconti.
1-Noi vogliamo cantare l’amor del pericolo, l’abitudine all’energia e alla temerità.
2-Il coraggio, l’audacia, la ribellione, saranno elementi essenziali della nostra poesia.
3-La letteratura esaltò fino ad oggi l’immobilità penosa, l’estasi ed il sonno. Noi vogliamo esaltare il movimento aggressivo, l’insonnia febbrile, il passo di corsa, il salto mortale, lo schiaffo ed il pugno.
4-Noi affermiamo che la magnificenza del mondo si è arricchita di una bellezza nuova: la bellezza della velocità.
5-Noi vogliamo inneggiare all’uomo che tiene il volante, la cui asta attraversa la Terra, lanciata a corsa, essa pure, sul circuito della sua orbita.
6-Bisogna che il poeta si prodichi con ardore, sfarzo e magnificenza, per aumentare l’entusiastico fervore degli elementi primordiali.
7-Non vi è più bellezza se non nella lotta. Nessuna opera che non abbia un carattere aggressivo può essere un capolavoro.
8-Noi siamo sul patrimonio estremo dei secoli! poichè abbiamo già creata l’eterna velocità onnipresente.
9-Noi vogliamo glorificare la guerra-sola igene del mondo-il militarismo, il patriottismo, il gesto distruttore.
10-Noi vogliamo distruggere i musei, le biblioteche, le accademie d’ogni specie e combattere contro il moralismo, il femminismo e contro ogni viltà opportunistica o utilitaria.
11-Noi canteremo le locomotive dall’ampio petto, il volo scivolante degli areoplani. E’ dall’Italia che lanciamo questo manifesto di violenza travolgente e incendiaria col quale fondiamo oggi il Futurismo.
Non dovrei passare troppo tempo a cincischiare su internet…
Prendete oggi, per esempio. In attesa del seminario e troppo cotto per fare qualcosa di costruttivo, ho iniziato a curiosare in giro, e…